American Psycho siamo noi

Sono arrivata tardi a farlo, ma per pura curiosità e consiglio di amici ho letto anch’io il libro-scandalo uscito nel 1991, American Psycho di Bret Easton Ellis. Ero scettica riguardo le possibilità che potesse davvero colpirmi, avendo letto parecchi libri pulp, horror, di rottura ecc, e invece devo ammettere che certe scene sono più che raggelanti e al di là del macabro, direi ripugnanti, ributtanti e chi più ne ha più ne metta. Si fa realmente fatica a leggere alcuni passaggi e si ha quasi il terrore di farlo. E’interessante notare come solitamente siano le immagini a sconvolgere, ma come anche le parole, usate nella maniera giusta, possano, in rari, altissimi casi, essere quasi più scandalose della cruda realtà di un filmato o di una fotografia. Se in un film noi sappiamo che le scene d’orrore sono finte, che il sangue è sciroppo d’acero e così via; se di fronte ad una fotografia/filmato di cronaca ormai non ci scandalizziamo più di tanto (sempre più spesso, ahimè, ci abituiamo all’orrore quotidiano delle guerre- lo strazio delle immagini di corpi dilaniati o morti suscita pena e disgusto e si distoglie lo sguardo, oppure al contrario una curiosità morbosa, analitica, fredda, per il solito, egoistico concetto che richiama il sublime kantiano: “io sono qui al sicuro mentre osservo questa scena”), di fronte alla descrizione di un massacro in un romanzo, densa di particolari ma senza una realizzazione concreta, ci troviamo soli con noi stessi e l’abisso terrificante dell’immaginazione, che possiamo riempire di un collage inquietante di immagini sfumate di ciò che per noi è l’orrore, raccolte e stipate in una parte della nostra memoria nel corso della vita, e tutto ciò è talmente ignoto e allo stesso tempo noto, talmente vasto e multiforme da poterci senza dubbio togliere il sonno.

Il merito di Easton Ellis non è tanto quello di aver inscenato la crudeltà e la bassezza di un assassino dell’alta borghesia americana in maniera magistralmente pulp (anche perché, personalmente, trovo più raffinato e meritevole l’orrore “garbato”, pulito e senza una goccia di sangue di un Edgar Allan Poe), ma quello di averci gettato in faccia senza tanti fronzoli, nudo e crudo, spietato e stampato, un nichilismo talmente esasperato da non esser neanche più definibile tale, che si concretizza nel viaggio allucinate all’interno della mente malata del protagonista-serial killer. Di lui, Patrick Bateman, colpisce la paranoica, malata sete di sangue unita all’assoluta assenza di una coscienza, se non in un raro momento di tenerezza di fronte all’ingenuità della segretaria Jane o in un momento di folle disperazione mentre, letteralmente, cucina pezzi dei cadaveri che ha ucciso e ammette di essere solo e malato. Colpisce la maniacale attenzione per i dettagli, l’abbigliamento, i suoi capelli e la musica: le descrizioni dei dischi di alcuni gruppi e i continui elenchi di accessori e abiti firmati di chiunque gli capiti a tiro sono talmente moleste che si saltano più volentieri quelle delle parti horror, ma anch’esse sono necessarie a penetrare senza freni nel flusso di coscienza del personaggio. Colpisce la completa assenza di morale, per cui uccide soprattutto donne e persino bambini, a volte in maniera talmente eccessiva e cruenta da farci pensare che sia tutta un’allucinazione, un mero prodotto della sua mente- e non per questo meno inquietante. Lo stile di scrittura è interessante: predilige l’elenco, la ricchezza di dettagli, la prima persona (che crea un legame diretto con il lettore) e l’idea dei capitoli spezzati, che terminano bruscamente, senza segni di interpunzione.

Un romanzo del genere è estremamente attuale perché esprime qualcosa che va oltre il nichilismo contemporaneo, che non è fatto di dubbi, di trasgressione e di decostuzione di valori, ma di piena, assoluta, devastante vacuità che finisce per sfociare in violenza per disperazione, pur di dare un senso a ciò che ci circonda. Non c’è nessuna rivoluzione di cui Patrick è portatore. Rispetto ad un’opera tra le più alte mai scritte (che in effetti sfoderare in questa sede è azzardato, lo ammetto) quale I demoni di Dostoevskij, in American Psycho si può trovare forse qualche analogia, ma non al punto da poterle accostare significativamente e definire “I demoni” il “Russian Psycho“. A prima vista può sembrare che, in un certo senso, lo yuppie Patrick Bateman sia la versione anni ’80 del Novecento di Nicolaj Stavrogin: annoiato, immorale, bello e carismatico, appartenente all’alta società e immune a qualunque tipo di ideologia, incarnazione del Male allo stato puro. Il nichilismo di fine Ottocento era rivoluzionario e filosofico, prevedeva la sovversione del sistema e della religiosità fine a se stessa, trovava significato proprio nella lotta e nella negazione. Ebbene, Stavrogin non è neppure nichilista, perché in fondo è immune anche ai contro-ideali nichilistici: di fatto, tutto gli è indifferente. In questo senso potrebbe essere accostato alla figura di Bateman, che afferma (in una delle parti migliori del romanzo):

“io semplicemente sono altro. è dura per me avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un prodotto, un’aberrazione. Sono un essere umano non accidentale. La mia personalità è abbozzata, informe, la mia crudeltà è radicata e persistente. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze sono scomparse tanto tempo fa (probabilmente ad Harvard) ammesso che siano mai esistite. Non ci sono più barriere da superare. Non me ne importa nulla di tutto quello che ho in comune con i pazzi e i deliranti, con i perversi e i malvagi, sono oltre tutto il dolore che ho causato e anche oltre la totale indifferenza che ho provato. Ciò nonostante, mi tengo ancora saldo a un’unica, squallida verità: non si salva nessuno, non c’è redenzione per nessuno. Dunque non mi si può biasimare. Ogni modello di comportamento umano deve avere una sua validità. Il male sta in quello che sei? O in quello che fai? Il dolore che provo è costante, acuto, e non spero in un mondo migliore per nessuno. In realtà desidero infliggere agli altri il mio dolore. Non voglio che nessuno mi sfugga. Ma anche dopo aver ammesso tutto questo- e l’ho fatto innumerevoli volte, praticamente in ogni mia azione- e dopo essermi ritrovato faccia a faccia non queste verità, non c’è catarsi. Non ho acquisito alcuna conoscenza più approfondita di me stesso, e niente di nuovo può essere compreso in base al mio racconto. Non c’era alcun motivo perché vi raccontassi tutto…”

Di contro, quindi, Stavrogin prova sensi di colpa, al punto che commetterà il suicidio alla fine del romanzo, non, come Kirillov, a scopo dimostrativo e per sostenere la teoria del “Dio è morto, io divento Dio”, ma perché incapace di sopportare se stesso e la sua totale vacuità d’animo. Al contrario, Patrick Bateman non prova rimorso in nessun caso. Se Dostoevskij, oltre a descrivere in maniera sublime il momento del crollo dei valori della società russa del suo tempo e l’atmosfera che porterà poi alla Rivoluzione del ’17, mostra  l’evoluzione dei suoi personaggi in una parabola ascendente-discendente (anche in Delitto e Castigo, naturalmente, la chiave sta proprio nella confessione del delitto), Easton Ellis si spinge oltre ed esibisce qualcosa di monocorde e piatto: niente parabola né iperbole, al massimo lo spaccato di una sinusoide che raggiunge picchi di violenza ma che nel complesso non muta e non ha mai fine. Non c’è alcun senso di colpa, alcuna confessione, alcun suicidio, nulla che possa cambiare lo status quo: Patrick cerca disperatamente di attirare l’attenzione dei suoi “compagni di ristorante” su di sé ma nessuno lo prende sul serio, lo scambiano persino per un altro quando confessa i suoi delitti alla segreteria telefonica di un conoscente. L’alta società newyorkese descritta dall’autore è priva di valori e annoiata a tal punto che niente ha senso, dunque Patrick non può essere uno Stavrogin, incarnazione del male dotato di innegabile carisma attorno a cui orbitano tutti gli altri personaggi, semplicemente perché nessuno gli dà retta. Anche il nichilismo è morto, è andato oltre se stesso. Ciò che è più inquietante è che quel tipo di società è ancora la nostra, dopo oltre 25 anni dalla stesura del romanzo: è la società che al ristorante come per strada sta attaccata agli smartphones e ai social network e, ugualmente, non ascolta realmente ciò che le persone intorno dicono. American Psycho siamo noi, definibili normali o meno, squilibrati o sani, agenti o pensanti. American Psycho è il senso di vuoto e il desiderio di rottura che a volte ci pervade e sembra farci impazzire, è il serial killer che urla e brancola nelle nostre coscienze, che vorrebbe che almeno l’omicidio avesse un senso, ma è un volere vano. Sembra difficile che tutto questo possa cambiare, che possa esserci ancora qualcosa contro cui lottare. Forse è proprio questa la cosa più inquietante del romanzo, ben al di là delle scene splatter.

là dove c’erano la natura e la terra, la vita e l’acqua, ho visto una landa deserta e senza fine, simile ad una sorta di cratere, talmente priva di ragione e luce e spirito che la mente non riusciva ad afferrarla a livello consapevole, e avvicinandosi la mente arretrava, incapace di comprendere. Era una visione così limpida e autentica e vitale, per me, che nella sua purezza era quasi astratta. Ecco cos’era che potevo capire, ecco com’era che vivevo la mia vita, ecco intorno a cosa mi muovevo, ecco come mi relazionavo al tangibile. Questa era le geografia intorno alla quale ruotava la mia vita: non mi era mai venuto in mente, mai, che la gente fosse buona o che un uomo che potesse cambiare o che il mondo sarebbe potuto essere un posto migliore grazie ad un sentimento o a uno sguardo o a un gesto, o al fatto di accettare l’amore o la gentilezza di un’altra persona. Niente era positivo, l’espressione “generosità di spirito” non aveva senso, era un cliché, uno scherzo di cattivo gusto. Il sesso è matematica. L’individualità non esiste più. Che cosa significa l’intelligenza? Come definire la ragione? Il desiderio- non ha senso. L’intelletto non è una medicina. La giustizia è morta. Paura, recriminazioni, innocenza, simpatia, colpa, perdita, fallimento, folgore, erano cose, emozioni, che nessuno sentiva più sul serio. Il pensiero è inutile, il mondo è privo di significato. Il male è l’unica cosa permanente. Dio non è vivo. L’amore non è degno di fiducia”.

american-psycho-book-cover

Precedente L'idealismo sovietico in una canzone popolare Successivo Il poeta Derzhavin, conservatore e sovversivo