Il capitolo censurato de I demoni

Merito del progetto Prospettiva Dostoevskij, del Teatro Franco Parenti di Milano, a cura di Alberto Oliva e Mino Manni, se l’inquietante, scandaloso e censurato capitolo de I demoni di Dostoevskij, Da Tichon, è stato riportato in scena. Interpretato dal bravissimo Mino Manni, è il riadattamento (in versione monologo) della confessione di Stavrogin al vescovo Tichon di un gesto di pedofilia nei confronti di Matresha, la figlia della sua affittuaria, provocandone il suicidio poco dopo. Un tema particolarmente delicato, scottante e forte per l’epoca (tutt’ora sconcertante, tanto che in molte edizioni del celebre romanzo russo questo capitolo non si trova). Originariamente doveva essere il numero nove, ma l’editore Strakhov non lo incluse nella stampa del 1871-72, certo che sarebbe andato incontro a censura. Fu pubblicato come appendice alla fine del romanzo, per la prima volta, solo nel 1926, grazie alle trascrizioni che la moglie di Dostoevskij aveva conservato.

Nello sconvolgente capitolo bandito, il personaggio di Stavrogin decide di confessare per iscritto la violenza sulla minore. Recatosi dal vescovo dopo una notte insonne, estremamente turbato, lo esorta a leggere alcune pagine stampate clandestinamente in trecento copie, che Stavrogin intende pubblicare per confessare il suo terribile crimine. E’curioso che, nella versione pietroburghese della pubblicazione, all’interno di questa confessione scritta ci sia un’ulteriore censura, questa volta letteraria: dopo i preamboli, emerge che la seconda pagina, quella in cui avrebbe dovuto esserci la terribile descrizione dell’incontro sessuale, è mancante. Stavrogin decide di non consegnarla al monaco, aggiungendo che non sia successo nulla tra lui e la bambina, ma che sia stato tutto un “malinteso psicologico”. Nella versione moscovita, invece, dopo la stessa descrizione dei preamboli della violenza sessuale, il racconto riprende con “quando tutto fu finito…”, dando dunque per assodato che il fatto sia inequivocabilmente avvenuto.

“Si può credere al demonio senza credere in Dio?”, chiede provocatoriamente Stavrogin al vescovo, prima di fargli leggere la sua confessione- chiaramente alludendo a se stesso. Stavrogin, infatti, sulle orme del compare Kirillov- che afferma “Se Dio non c’è, io sono Dio”- crede nell’esistenza del demonio come uomo che compie il male, pur senza credere in Dio. Crede, cioè, nella concretezza del Male, incarnato dalla sua coscienza. “Suppongo che voi riteniate questo tipo di fede [nel demonio e non in Dio] più rispettabile della totale assenza di fede…”, prosegue. E qui il vescovo lo sorprende, replicando: “Al contrario, il puro ateismo è più rispettabile della laica indifferenza”, poiché “il vero ateo si colloca sul penultimo, più alto gradino prima della pura fede (può salirlo, oppure no), mentre l’indifferente non ha alcun tipo di fede se non uno sciocco timore, e ciò accade raramente, solo a chi è sensibile”.

Forse è per via dello sguardo mite della bambina, dal viso ordinario; forse per via della sua innocenza, di quella purezza che in qualche modo dev’essere violata; forse per via del fatto che viene spesso percossa ingiustamente dalla madre e resta sempre muta, impassibile, e che occorre spingere questo crescendo d’ingiustizia al suo limite massimo- nella mente di Stavrogin si insinua l’idea di avvicinarsi a lei, baciarle la mano.

Un bambino può incolpare soltanto se stesso della sua vergogna. Così, ben presto, la bambina entra nella più delirante disperazione e ripete ossessivamente, magra e febbricitante “Ho ucciso Dio”.

Stavrogin pensa di suicidarsi, ma si sente indegno della morte, non osa farlo, annichilito dalla paura. Comincia a odiarla per il fatto d’avergli sorriso in modo stupido; è persino pervaso dal desiderio di ucciderla, ma poi il terrore si impossessa di lui mentre è seduto lungo il canale Fontanka a Pietroburgo, e capisce che il terrore, quando è particolarmente acuto, è in grado di offuscare anche l’odio.

Torna da lei, sapendo che la madre non è in casa, senza ben capire per quale motivo; non per parlarci, ma per tormentarla. E’ notevole la maniera in cui è descritta l’attesa angosciosa, eppure estremamente lucida, di Stavrogin, seduto sulla sedia della sua camera, ad una distanza tale dalla finestra per cui non possano vederlo; la mosca che gli ronza attorno; il silenzio mortale; il ragno rosso sul geranio; lui che poi scende e spia attraverso la fessura nella porta del pollaio, e vede quanto gli è sufficiente, poi abbandona la casa. Qui emerge la maestria di Dostoevskij, in queste descrizioni, nella capacità di evidenziare come non fare niente a volte sia peggio che fare qualcosa; come l’immobilità, l’assenza di qualunque gesto, la manipolazione psicologica, la tacita consapevolezza, talvolta siano più pesanti, più orribili e colpevoli di un’azione violenta, di un crimine, di un raptus. Stavrogin intuiva fortemente che la bambina si sarebbe impiccata e attendeva quel gesto come una liberazione, senza far nulla per impedirlo. In questo vi è una colpa persino superiore, paradossalmente, a quella aver “sedotto” e violato una creatura debole e innocente (al solo scopo di dare voce al suo desiderio di compiere il male, desiderio che pure egli potrebbe controllare, perché i suoi gesti sono sempre calcolati, razionali, frutto di lunghe elucubrazioni e tormenti).

C’è rimorso in Stavrogin? Il rimorso in lui si fa vivo nei sogni, nei ricordi. Rivede il ragno rosso, e sopra ogni altra cosa è tormentato dal ricordo dell’espressione di rabbia con cui lo fissò la bambina, il piccolo pugno teso verso di lui in segno di minaccia. “Non mi rammarico del crimine, ne della sua morte, ma soltanto di quel momento, darei qualunque cosa perché quell’istante non si fosse verificato, perché quel pugno mi appare ogni giorno e ogni giorno mi ricorda che sono condannato”, scrive.

E’altrettanto degno di nota che nella confessione Stavrogin parli di un fuoco che si impossessa di lui, di un certo piacere che prova nel commettere azioni nefande, sottolineando con freddezza che in ognuna di quelle occasioni egli non perda mai lucidità e che potrebbe fermarsi, spegnere quel fuoco in qualsiasi momento, invece ogni volta decide deliberatamente di proseguire. L’incarnazione del Male puro, per Dostoevskij, coincide dunque con un atto di piena lucidità e volontà, un gesto psicologico, razionale e premeditato, compiuto senza un motivo apparente e di certo senza alcuna giustificazione fisica- una deviazione sessuale o malattia alla sua origine. Il fatto che la bambina, d’un tratto, prenda a baciare Stavrogin a sua volta, lo lascia sgomento e disgustato. Il fatto che sia ripugnato dallo slancio di una simile, piccola creatura, è ancora più significativo nel mostrare che egli compie nefandezze in modo logicamente formale. I suoi crimini sono proteste formali alla società borghese che egli porta al limite estremo perché Dio (inteso come sistema di valori) è morto nella sua anima, per noia, per disperazione e vuotezza interiore. Lo stesso motivo per cui sposa la zoppa, Maria Lebyadkina: “il pensiero che Stavrogin si sposasse con tale infimo essere eccitava i miei nervi”. E mai rappresentazione del Male e della crisi dei valori sociali, borghesi e religiosi fu narrata con maggiore genio e potenza che dal grande scrittore russo.

Consiglio in questi giorni la visione delle rappresentazioni in programma (repliche) del percorso Dostoevskij al Teatro Franco Parenti di Milano.

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