Il poeta Derzhavin, conservatore e sovversivo

Il nome Derzhavin campeggia in Russia in molte strade, università, scuole ed è considerato un grande poeta della seconda metà del Settecento, esponente del classicismo. Vorrei però evidenziare che etichettare Derzhavin come conservatore potrebbe essere superficiale, poiché i suoi versi racchiudevano un pensiero insolito per l’epoca, a volte addirittura sovversivo.

Derzhavin era di origini tatare. Chi sono i tatàri? Con il termine si intende un’etnia nomade di origine turcica diffusa in molte parti della Russia e dell’Oriente, proveniente dalla Siberia e dall’Europa orientale, che invase l’Asia. Vi sono due ipotesi accreditate sulla loro origine: 1) I primi tatari furono i mongoli di Gengis Khan, che si mossero poi a conquistare la Russia assieme a turchi e si mescolarono con i bulgari del Volga. 2) I tatari per definizione, che abitano oggi nella regione del Tatarstan in Russia, sono di ceppo turco e discendono dai bulgari del Volga (presero il nome dai mongoli quando li invasero ma non si mescolarono a loro). Oggi i tatari, la cui religione è mussulmana sunnita, abitano in molte regioni tra cui Tatarstan (in Russia), UzbekistanKazakistanUcrainaCinaRomaniaBulgariaPolonia e Turchia. Hanno una lingua a parte divisa in 3 dialetti.

Gavriil Romanovich Derzhavin, nato a metà del Settecento a Sakury, sobborgo dell’oblast’ di Kazan’, e morto nel 1816, visse all’insegna della carriera militare. Fu insignito di molti titoli (chiamati in russo ordini, орден) tra cui l’ambito ordine di Sant’Anna e si evidenziò nell’ambiente elitario di Pietroburgo, fino a divenire senatore presso lo zar Paolo I. La sua visione viene definita epicurea, deista, conservatrice. Tuttavia, Derzhavin si cimentò in sperimentazioni letterarie piuttosto insolite: l’idillio e la satira con l’uso di un lessico divertente, i poemi anacreontici permeati da un’insolita joie de vivre, alcuni lipogrammi in cui deliberatamente evitò la lettera “r” per addolcire la lingua russa.

Nella prima poesia che sancì la sua fama, l’ode Фелица, “Felitsa”, Derzhavin utilizza il contesto di un racconto orientale scritto dalla zarina Caterina II per il suo nipotino Alessandro I, in cui la figlia kirgiza-kazaka di un khan (re) tataro, Felitsa, cerca di favorire lo zarevič Chlor nella sua ricerca della rosa senza spine, rappresentazione simbolica della virtù, mentre il murza (nobile tataro) Lentiag cerca di deviarlo dalla sua missione. Derzhavin riutilizza il nome Felitsa per il suo componimento allegorico, intendendo rappresentare la mentalità nobile della zarina Caterina II in contrapposizione alla corruzione della nobiltà dell’epoca che la circondava. Nonostante le critiche, l’ode venne approvata da Caterina II e pubblicata sul giornale Sobesednik, e solo grazie al suo atteggiamento favorevole il poeta si evitò problemi molto pesanti con i favoriti dell’imperatrice, Potemkin, Orlov, Panin, di cui erano tratteggiati ritratti parecchio satirici.

Vediamo la sua celebre poesia, l’Ode Бог, “Dio” del 1784 (la traduzione è mia e ho voluto mantenerla il più letterale possibile):

Я связь миров повсюду сущих,    Sono il legame onnipresente dei mondi esistenti,
Я крайня степень вещества;             Sono l’estremo grado di sostanza;
Я средоточие живущих,                    Sono il centro dei viventi    
Черта начальна божества;              Le fattezze dell’inizio della divinità 
Я телом в прахе истлеваю,             Io muoio con il corpo nella polvere,
Умом громам повелеваю,                Con la mente comando i tuoni
Я царь — я раб — я червь — я Бог!  Sono re, sono schiavo, sono verme, sono Dio!
Но, будучи я столь чудесен,          Ma, essendo così meraviglioso, 
Отколе происшёл? — безвестен:  Da dove ho avuto origine? Lo ignoro.
А сам собой я быть не мог.             E non ho potuto essere me stesso.
E’evidente che nella poesia è espressa la tematica filosofica del ruolo dell’essere umano nel mondo, della sensazione di potere e insieme di estrema debolezza data dal contrasto tra il corpo caduco, che muore nella polvere, e la vastità e potenza della mente, che può controllare ogni cosa ma ignora la sua origine e non riesce ad essere se stessa, ovvero non può essere all’altezza di ciò per cui sente di essere destinata. La grandezza e la miseria umana non poteva essere resa in maniera più esemplare e simbolica che con il celebre, magistrale verso: sono re, sono schiavo, sono verme, sono Dio! L’accostamento delle parole è particolarmente azzeccato non soltanto dal punto di vista dell’anafora e dell’allitterazione contrapposta (curiosamente, раб “schiavo” e Бог “Dio” sono entrambe di tre lettere, mentre царь “zar” e червь “verme” hanno entrambe il segno molle in finale), ma soprattutto dal punto di vista dell’impatto concettuale di accostare Dio alla parola “verme”. La poesia presenta diverse possibilità di lettura. Dio non viene mai negato nella poetica di Derzhavin come in questa specifica ode, ma neppure glorificato: piuttosto, è un monito, un contrappunto che, accostato all’uomo, ne evidenzia la debolezza. Seppure il rispettabile, conservativo, pluripremiato Derzhavin non volesse certo esser blasfemo, è innegabile che l’ode possegga un connotato di rottura rispetto alle poesie dell’epoca. Non è un caso che il verso venga citato anche ne I Demoni di Dostoevskij, opera emblema del nichilismo russo pre-rivoluzione.

Nell’ode Руина чти, Rovina dell’onore, di cui ci pervenne solo l’inizio poiché la scrisse appena prima di morire, è interessante notare l’acronimo per cui le iniziali dei versi, lette in verticale, creano il titolo, “rovina dell’onore”:

Река времён в своём стремленьи     Il fiume dei tempi, con la sua tendenza,
Уносит все дела людей                      porta via tutte le umane faccende
И топит в пропасти забвенья             e annega nel baratro dell’oblio
Народы, царства и царей.                  popoli, regni e sovrani.
А если что и остаётся                         E se qualcosa ancor rimane
Чрез звуки лиры и трубы,                  attraverso i suoni della lira e della tromba
То вечности жерлом пожрётся         Divorerà con le sue fauci l’eternità
И общей не уйдёт судьбы!                 E non sfuggirà al destino comune

Anche in questo caso emerge il tema filosofico della condizione dell’uomo, vittima del tempo e destinato all’oblio, che dell’onore non sa che farsene se viene spazzato via dall’inesorabile fiume. Che tu sia re o schiavo, ti tocca annegare. Forse erano proprio di questo tipo gli ultimi pensieri del poeta prima di essere gettato egli stesso nel fiume dell’oblio. Tuttavia è proprio la scrittura a consolidare la memoria, e i singolari, rivoluzionari versi di Derzhavin, impressi nella storia, fanno di lui un poeta assai meno conservatore di ciò che si potrebbe pensare.

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