La bellezza salverà il mondo?

La bellezza salverà il mondo“. Celeberrima frase che il principe Mishkin pronuncia ne l’Idiota di Dostoevskij. In russo, bellezza è красота krasotà. La radice è краса, “krasa” un’antica parola slava che connota appunto il bello. Da essa derivano la parola красный krasnij, rosso, e la parola слава slava, gloria. Ne l’Idiota troviamo l’espressione “Мир спасет красота”, mir spaset krasotà, che letteralmente sarebbe: il mondo (lo) salverà la bellezza. La frase è invertita: non è la bellezza, ma il mondo ad essere messo dunque in primo piano, come fa notare Andrea Oppo in un interessante studio al riguardo: http://www.giornalediconfine.net/anno_2/n_1/20.htm. Secondo Oppo, la bellezza di cui parla il principe di Dostoevskij è quell’ideale di unione tra buono e bello, che si rivelerà fallimentare, stando alla vicenda del principe Mishkin. Il mondo non può essere salvato da un ideale, perché qualunque ideale trasportato nella realtà affoga nel caos. Naturalmente stiamo parlando di una bellezza che non è solo quella esteriore delle forme, ma quella interiore dei concetti: un tipo variegato di bellezza platonica, di cui effettuare una gerarchia non è il punto fondamentale. La domanda chiave è se davvero la bellezza possa salvare il mondo. Secondo Dostoevskij, è connotata come un enigma. Una “forza spaventosa” che attrae con le sue forme lusinghiere, ma che dentro si rivela vuota. La bellezza inganna. Per secoli si cerca di trovare qualcosa che stia dietro di lei. Sussurra alludendo a qualcosa di più grande, di sotteso. Come la bellezza di Socrate nel Simposio, descritto da Alcibiade come un Sileno: il suo aspetto è buffo e non propriamente bello, ma la sua superficie invita ad aprirlo ed ammirarne l’interno; è allora che scaturisce la vera bellezza del suo geniale intelletto. L’enigma, dunque, sta proprio in questo suo partire da fuori, richiamare qualcosa che sta dentro, e ributtare l’avido cercatore di significato di nuovo al di fuori, con niente in mano. Perché la bellezza è già tutto: non c’è altro. Questo circolo vizioso è ciò che inganna e che porta al fallimento, perché la spiritualità cui allude non riesce ad essere trovata e si ricade in una tautologia. Non c’è nient’altro che la superficie, che la mondanità, la caducità.  Senza contare che ciò che appare bello può rivelarsi buono, ma anche molto  crudele. Doppio inganno.

Eppure c’è qualcosa di più. Eppure, anche se non c’è niente dietro la bellezza, quell’ordine  e quell’armonia che disciplinano il caos sembrano davvero nascondere il divino, e ciò potrebbe essere già sufficiente. Da sempre l’ordine del bello viene posto come prova (induttiva) dell’esistenza di Dio. Non ha importanza se poi tutto ciò sia un’illusione o meno. Si può benissimo vivere anche solo per la bellezza- come per quella “piccola ala di muro gialla” del quadro di Vermeer, “La veduta di Delft“, descritta da Proust ne la Recherche: “Una piccola ala di muro gialla, di cui non si ricordava, era dipinta così bene da apparire, a guardarla isolatamente, simile ad una preziosa opera d’arte cinese, di una bellezza che basta a se stessa“. La bellezza è qualcosa per cui vale la pena di stare al mondo. Come nel finale di “Manhattan” di Woody Allen, potremmo stilare un elenco delle cose per cui vale la pena di vivere. Lui nomina le pere e le mele di Cezanne, alcuni scorci di New York e il volto di Tracy, l’ingenua e dolce ragazzina di 17 anni che frequenta. Potremmo enunciare innumerevoli esempi di bellezza concreta, naturale o realizzata dall’uomo, per cui potremmo addirittura arrivare ad uccidere o ucciderci. In quei momenti, in cui una visione di bellezza che crediamo pura prende il sopravvento, tutto il resto del mondo si ferma. Niente può reggere il confronto e d’improvviso, dentro di sé, si dice finalmente: sì. La bilancia invisibile della vita comincia a pendere dalla parte del sì. E’ quello il famoso “attimo di beatitudine” di cui parla Dostoevskij alla fine de “Le notti bianche”: “un intero attimo di beatitudine! E’ forse poco per colmare l’intera vita di un uomo?”. Ci si ripete: ok, ho sopportato tutto questo, tutto il peso del mondo, ogni giorno mi dispero, ogni giorno qualcuno si ammazza o muore di malattia, ma va bene così. Il peso d’improvviso diventa leggero, perché comincia ad intravedersi un senso. Il senso non è altro che la bellezza. Niente di più, ma anche niente di meno. Il senso, a pensarci troppo, svanisce, ma per un attimo ci è parso di averlo colto. In quei momenti, una “gioia stupida riempie l’anima di fresco nulla”, e siamo contenti così. E’ questa la bellezza che salva ognuno di noi. E’forse questa, la bellezza che salverà il mondo.

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