Sole negli occhi: un interessante film ispirato a Delitto e castigo

La trasposizione filmica di un romanzo è sempre un aspetto problematico. Quante volte, discutendo di film tratti da romanzi, sentiamo commentare: “Molto meglio il libro!”. Viceversa, vi sono rari casi in cui è il film a superare il romanzo. Che dire, per di più, dei film tratti dai romanzi classici? Lì la sfida è ancora più insidiosa. Lasciando perdere i colossal americani sull’Iliade, volutamente zeppi di errori storici o di adattamenti della trama, i film sui classici, solitamente, non sono mai memorabili, ma più che altro “didattici”. C’è chi guarda il film di Madame Bovary o Anna Karenina perché non ha voglia di leggersi seicento pagine di storia, chi perché è appassionato di quell’opera e non si perde nessun tipo di suo remake, e così via.

Quando mi hanno consigliato di vedere “Sole negli occhi”, film del 2001 di Andrea Porporati ispirato a Delitto e Castigo, ammetto di esser stata scettica. Sebbene il film sia soltanto ispirato all’opera di Dostoevskij, e non ne voglia esser dunque uno smaccato remake, avevo forti dubbi sull’efficacia di una “modernizzazione” del romanzo, che il regista ha voluto ambientare a Rimini, rendendo il delitto addirittura un parricidio. Invece, il film si è rivelato insolitamente efficace, ben girato, ben recitato e concepito. Spesso la tattica vincente di un regista, per non cadere nella pericolosa insidia della “povertà” dell’immagine rispetto alla ricchezza della prosa, è quella di prendere una direzione diversa, di non attenersi strettamente alle parole, rielaborando a proprio modo la storia, puntando ad altro, ed è proprio quello che ha voluto fare Porporati. Conscio delle insidie del confronto con la prosa di Dostoevskij, Porporati, in maniera assai intelligente, non l’ha praticamente mai citata nel film. Ha piuttosto deciso di far parlare soltanto l’essenza del linguaggio filmico: le espressioni degli attori, le immagini. L’immagine (filmica, pittorica, scultoria o fotografica che sia) differisce dalla musica e dalla prosa per una ragione molto semplice: è tremendamente più diretta. Leggere di un omicidio, per quanto certe parole possano essere pungenti, orrorifiche e strazianti, non sarà mai scioccante quanto assistervi o vederne un’immagine. Questo perché nell’immagine, come scrisse Lessing, tutto si presenta al fruitore a livello immediato e totale: l’immagine si coglie con gli occhi in una frazione di secondo e nella sua interezza, e resta impressa nella memoria, mentre la musica o la scrittura possono essere fruite soltanto in porzioni, si dispiegano in un lasso di tempo e quindi il loro impatto è mitigato, frazionato (e solo i grandi scrittori, infatti, riescono a commuovere o impressionare, a trasmettere efficacemente un’emozione, un’atmosfera con le loro descrizioni). Per questa ragione, LessingWinkelmann ammiravano tanto il Gruppo del Laocoonte, sostenendo che gli scultori fossero riusciti in maniera eccelsa a mitigare la ferocia delle espressioni di dolore e delle grida per non stravolgere la bellezza della composizione, pur mantenendone inalterato il pathos.

Ebbene, nel Sole negli occhi il regista sceglie di far parlare un Raskolnikov contemporaneo, il bravissimo Fabrizio Gifuni, pur senza parlare affatto: semplicemente con le espressioni dell’atro, con la presenza filmica- in maniera estremamente diretta. E sebbene Gifuni sullo schermo sia piuttosto laconico, sebbene i dialoghi tra i personaggi siano concisi e semplici, sebbene non vi sia traccia, nel film, della finezza psicologica degli interrogatori con il commissario Porfirij (qui interpretato da Valerio Mastrandrea), si riesce perfettamente a percepire, quasi a respirare, il disagio e il tormento del protagonista. Lo spettatore soffre con lui, nelle sue espressioni sbigottite ed assenti coglie il senso di colpa, l’estraniazione, la trasformazione, l’agonia, il vuoto e il male di vivere, quel lato oscuro ampiamente e magistralmente descritto da Dostoevskij nelle pagine del romanzo. Senza bisogno di parola alcuna, dunque, il regista riesce efficacemente a riportare la morsa estetica delle pulsioni intime, delle emozioni dell’omicida, semplicemente tramite il suo sguardo, i lunghi silenzi, l’atmosfera pesante dell’ambientazione. Una Rimini che per antonomasia è lieta, distensiva e vacanziera diviene opprimente, affollata ed irrespirabile come il suo sole insopportabile, che si insinua attraverso le persiane semichiuse, che perseguita il protagonista non dandogli tregua né sonno, e ne amplifica e palesa il senso di colpa, rendendolo orrendamente esposto, alla mercè del giudizio del mondo. Il sole è dunque il vero protagonista del film, proprio come nelle pagine di Dostoevskij lo era l’afa maleodorante della Sennaya Ploshad- sole che il regista getta negli occhi del suo Raskolnikov dopo il delitto, con la trovata geniale dei bambini della finestra del palazzo di fronte che giocano con i riflessi di uno specchietto, puntandolo sul suo volto, e che potrebbero rappresentare l’unica prova concreta della sua colpevolezza. Molto interessante anche l’idea di incarnare la Sonja del romanzo in una ragazzina vicina di stanza del protagonista, la cui innocenza, di cui si innamorerà platonicamente, lo spingerà a redimersi tramite la confessione finale. Un film che consiglio.

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