Pensieri di un anonimo nichilista: Dostoevskij e Camus

O signori, chi sono io? Sono un misero, sciocco nichilista. Non sono altro che un povero, piccolo, ignorante essere umano, e come tutti mi tormenta sempre la stessa domanda: perché vivere, se poi si deve morire?

Si può vedere il bicchiere mezzo pieno, scegliere di credere in qualcosa, oppure di vivere abbandonandosi al piacere e alla superficialità, o riprodursi per perseguire l’immortalità… ma il “male di vivere” è sempre in agguato, soprattutto per chi, come me, non crede in Dio o in qualcosa di spirituale. Già, debbo darmi più da fare per trovare valori mondani che conferiscano pregnanza alla mia vita e al mondo. Ma come si può credere in qualcosa che non sia… Dio? Se non credo in qualcosa di perfetto, idealistico, multiforme, come potrò mai credere in qualcosa di piccolo, finito e insulso come me stesso, un’idea, un progetto?

Camus ne “Il mito di Sisifo” ha concluso che la vita è assurda, priva di qualunque valore trascendente, insopportabilmente finita e spesso costellata di fatiche e sofferenze.

In fondo, l’assunto per cui quasi tutti scelgono sempre di vivere invece che di non farlo (e addirittura di donare la vita: pura follia!) è semplice: “qualcosa” è sempre meglio che niente. Ma è davvero così? Il non essere è così negativo? Non è piuttosto un nulla senza pensiero né tempo, splendidamente neutro, la parte più propria di tutto, visto che sarà il nostro eterno stato prima e dopo la vita? Il fatto è che prima e dopo la vita non c’è… nulla! Ecco il punto: il nulla mette angoscia, non è pensiero.

Camus ha guardato ai nichilisti russi, al Kirillov di Dostoevskij, e alla loro soluzione estrema: il suicidio. No, secondo Camus non è una soluzione praticabile, perché non risolve affatto il problema del senso della vita, mentre altre soluzioni filosofiche sembrano sviarlo, e il vivere per la morte di Heidegger, se in un certo senso ha un atteggiamento simile nell’evidenziare come la morte che sovrasta l’essere nullifichi il senso della vita e sia anzi la caratteristica più propria dell’essere, non migliora di certo le cose!

La risposta che ci da Camus, dunque, è l’unica praticabile: accettare, sopportare il fardello dell’esistenza, spingere il masso su per una vetta e poi inevitabilmente vederlo ricadere di sotto, come Sisifo. Tuttavia… qualcosa ci dice che è, in fondo, questa risposta è troppo semplice dal punto di vista logico e troppo complessa da quello pratico. E’ meno grossolana di quella di Dio (per citare Nietzsche) ma altrettanto debole a consolare la mente distruttiva di un nichilista. Caro Camus, io non voglio essere Sisifo! Perché? Perché, semplicemente, non ne ho voglia! Sono troppo pigro per tirar su quei massi, ma troppo giovane per rassegnarmi. Io, semplicemente, questa vita non la accetto! Mmm… queste parole mi sono familiari. Mi sovviene un bel discorso di Ivan Karamazov: “non che non accetti Dio. gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto”.

E’ doveroso, dunque, spostarsi in Russia. Andiamo a sbirciare nel mio periodo preferito, la seconda metà dell’Ottocento: anni di grande fervore intellettuale, di incredibile fioritura artistica, e di crisi pre-rivoluzionaria. Qualcosa sta cambiando nella società russa, il malcontento e la voglia di cambiare la struttura sociale serpeggia a più livelli sociali, e questo è uno dei motivi per cui mai come nell’Ottocento la Russia regalò capolavori letterari senza eguali: il genio creativo spesso emerge proprio nei periodi di grande sofferenza e disperazione ( tanto per citare, come sempre, Dostoevkskij).

La sofferenza, la disperazione russa è data dal contrasto tra il mito del valore spirituale ed egemonico della Russia e la crisi di quegli stessi valori che porterà alla Rivoluzione del 1917. Solo laddove si crede in maniera così fervente si può distruggere il credo con altrettanto spietato vigore, ed ecco che cominciano ad instillarsi dubbi nell’intellighenzia russa: “Dio esiste?”, si chiedono i letterati del tempo. Già soltanto dubitarne, poi, significa non credere: il dubbio cartesiano non riesce ad estendersi oltre l’individualità del “penso, dunque sono” e diviene “dubito, dunque non credo”. (Le dimostrazioni di Descartes dell’esistenza di Dio, diciamolo, erano piuttosto forzose, e non c’era bisogno di Gassendi per notarlo, con tutto il rispetto per il doveroso compito di smontarle!).

E’proprio la Russia, quindi, il luogo in cui il nichilismo filosofico nasce e prende forma in maniera particolarmente spiccata, è lei la colpevole: i russi c’hanno inculcato nella mente che niente ha senso, e che non ha senso credere in nulla che ne abbia! Fu un critico letterario russo in un articolo ad utilizzare il termine «nihilista» per la prima volta, nel 1829, e lo scrittore Turgenev a narrarlo, nel romanzo Padri e figli; tuttavia, fu Dostoevskij a guadagnarsi la nomea di grande narratore del nichilismo. Turgenev infatti utilizzò il termine in maniera poco forte e contraddittoria: i suoi nichilisti erano in realtà giovani rivoluzionari fermamente credenti nelle loro idee (più associabili agli anarchici, volendo). In Dostoevskij, invece, il problema si concretizza e si entra nel vivo della questione: “Dio esiste?”, chiede Fedor Pavlovich Karamazov al figlio Ivan, ed egli, fermamente convinto, risponde: “No”. E’ da questa affermazione che parte tutto. I Demoni come Kirillov rispondono a questa negazione osando dire “no” alla vita, commettendo un suicidio dimostrativo per sostituirsi a Dio (e qui Nietzsche c’andò a nozze, e se ne uscì dicendo che Dio era morto, e allora tutti potevamo essere automaticamente super-uomini o nuovi dei, evviva la vita, anche se è brutta, bisogna pensare al mondo terreno, all’eterno ritorno. Eterno ritorno un cavolo, qui non ritorna proprio un bel niente, e scusami caro Nietzsche, forse la mia autostima è bassa, ma mi credo tutto fuorché un super-man). Anche nel caso di Kirillov, però, non siamo ancora giunti ad un nichilismo puro o radicale: il suicidio corrisponde ad un certo credere nell’umanità e nella mondanità come nuovo valore terreno per rimpiazzare il vuoto spirituale. E’più Nikolaj Stavrogin, se mai, ad incarnare la disperazione della totale assenza di valori, perché Stavrogin non crede affatto nella rivoluzione, né in ciò che va propugnando. Il suo suicidio finale non è come quello di Kirillov: è il disgusto per la vita e il pentimento per le sue azioni delittuose e malvagie.

“Se non c’è Dio, tutto è permesso”, dicevano Stavrogin e Ivan Karamazov, e vengono presi alla lettera (da Kirillov, da Shatov e gli altri rivoluzionari e da Smerdjakov, che uccide il padre). Ecco che il delitto è automaticamente legittimato dall’assenza di Dio (inteso come insieme di valori). Ecco che la Russia, perdendo la fede, perde ogni valore positivo e cade nella perdizione e nella lusinga del Male. La conseguenza del nichilismo puro, secondo Dostoevskij, è sempre e solo il male? Ma un mondo laico, mondano e tranquillo non si può proprio avere?

Prendiamo Oblomov di Goncharov. Oblomov, splendido personaggio che non ha eguali in letteratura. Oblomov e il suo mondo quieto, un sogno, un luogo d’infanzia dove non succede nulla, dove si vive e si dorme, ed è tutto qui. Lui l’aveva capito meglio di tutti: è tutto qui! Non c’è altro, quindi perché affannarsi? Perché correre, accigliarsi, innamorarsi, tormentarsi, parlare, andare in giro, perché uscire anche solo di casa o alzarsi dal divano se non c’è alcun senso? Oblomov non parla mai di Dio, non è la religione il suo problema centrale, ma lo è la vita stessa, con o senza Dio. Egli si è lasciato morire, e fa parte del nichilista pigro, troppo pigro per protestare, persino per suicidarsi.

Tutto questo nichilismo russo, tuttavia, non teneva conto della nuova risposta positiva che avrebbe dato di lì a poco la Russia, ovvero la Rivoluzione d’Ottobre. Il comunismo fu il nuovo stratagemma per ovviare al crollo di valori della nazione: la prima, vera e grande utopia non cristiana dell’Occidente, che cominciò con le belle Tesi d’Aprile leniniste e le teorie marxiste e sfociò in uno statalismo dittatoriale e repressivo, con Stalin.

Arriviamo ai giorni nostri: se neppure si può credere più nel comunismo, nella politica, nel cambiamento sociale attivo, a quale nuova filosofia potrebbe aggrapparsi ll’uomo russo contemporaneo, stanco di illudersi?

La risposta alla “morte di Dio”, stando ai russi, sembra essere il delitto o l’accidia più totale. Ma se non voglio uccidere nessuno alla Raskol’nikov né rinchiudermi in casa a mangiare fino a diventare obeso e morire di diabete alla Oblomov, che diavolo posso fare?

Potrei cercare d’essere meno uomo, ma non è affatto semplice esser ciò che non si è. Potrei provare ad elevarmi senza alcuna spiritualità, vivendo di “virtute e canoscenza”, e ritornando un po’ alla filosofia greca, ponendo come unico, infinito scopo della mia esistenza la conoscenza o la scienza. Sembra infatti che l’unico aiuto possa arrivare proprio da lì, dalla scienza. Sarà forse la scienza nelle sue infinite declinazioni, tramite la scoperta, l’invenzione e lo studio, come già è accaduto, a instillare in noi poveri nichilisti una nuova, fervente fiducia, un nuovo credo in qualcosa di squisitamente materiale, caduco e reale: l’evoluzione, la lenta, collettiva evoluzione che ci porterà ad elevarci e specializzarci sempre di più, fino a riuscire davvero ad essere sempre di più uomini e per questo, forse, sempre di meno. Fino a comprendere che anche il nichilismo non è che una pigra e vecchia lagna di fronte alla grandezza di tutto ciò che ci circonda e che scoprire ciò che ci sta dentro e intorno, per noi piccoli uomini, è più di un dovere o di una vocazione: è l’unica salvezza, l’unico possibile Dio da recuperare e reinventare, laddove questo concetto è stato talmente distorto da diventare un limite e uno strumento di morte e ottusità. “Sono, dunque conosco. Finché posso. Finché sono”.

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