Il bivio, la scelta, la vanità: Vasentsov e Dürer

Ci sono momenti della vita in cui pare di essere giunti ad un bivio. In cui c’è da fare una scelta importante. Al momento ci pare insormontabile e decisiva. Probabilmente alla lunga, come spesso accade, si rivelerà null’altro che un piccolo passo in un enorme labirinto. Eppure, stando all’ “effetto farfalla”, anche piccole decisioni possono portare a reazioni a catena determinanti. Questa tematica è di grande interesse per i pittori, ed è spesso connessa con il tema dell’eroe, del cavaliere. Nel dipinto Витязь на распутье“Il cavaliere al bivio” (1877), di Viktor Vasentsov, (che si può ammirare al Museo Statale Russo di San Pietroburgo) è ritratto un uomo in armatura, sul suo cavallo bianco, fermo dinnanzi ad un’iscrizione in pietra. Ecco quanto si intravede su di essa: “Se vai dritto, non capiterai vivo- non c’è strada né per chi vi cammina, ne per chi vi transita, né per chi vi vola. Se vai a destra, ti sposerai. Se vai a sinistra, sarai ricco“. La scritta non è visibile a pieno, perché Vasentsov ha scelto di nasconderne alcune parti nella pietra consumata. Il paradosso è che nel quadro non si notano strade di nessun genere, forse a sottolineare l’ineluttabilità del destino e la limitatezza del libero arbitrio. Tutt’intorno all’eroe troviamo un ambiente brullo, arido e minaccioso, con un teschio e la carcassa di un animale. Non c’è alcuna forma di vita nell’ambiente circostante, eccetto i corvi neri, anch’essi simbolo della morte. La sensazione che suscita nel complesso è di angoscia e meditazione, accentuata dal capo chino del cavallo e dalla lancia puntata verso il basso, che regge il cavaliere. Interessante è anche il fatto che non possiamo vederne il volto. Questa tipologia di dipinto, in cui l’immaginazione dello spettatore viene chiamata in causa, a figurarsi l’espressione e il volto del personaggio chiave, che ci dà le spalle, si trova anche nel “Prigioniero” di Yaroshenko (http://nsmatrioske.altervista.org/vita-ovunque-yaroshenko-liberta-esiste/). L’effetto è di immedesimazione, di empatia totale con il soggetto. Il cavaliere sembra essere dunque solo apparentemente ad un bivio: in realtà si trova ad una sorta di vicolo cieco. Non c’è scelta, e l’accettazione del fato sembra essere l’unica soluzione per proseguire. Anche per gli eroi.

Vasentsov

La questione è banale ma complessa: quanto contano le scelte? E’ già tutto scritto, o hanno un peso determinante nella vita umana? In medio stat virtus: chiaramente la risposta è nel mezzo. E’ proprio nell’oscillazione continua, nel gioco tra la possibilità e la necessità, che sta la vita. Un’amica un giorno, saggiamente, disse un aforisma che trovo molto bello: “vivere significa scegliere all’interno di ciò che non puoi scegliere”. L’abilità è destreggiarvisi all’interno, senza farsi prendere da idealismi titanici né lasciarsi condurre passivamente dagli eventi.

Una risposta più ottimista di quella del pittore russo, in questo senso, si può trovare nella bellissima incisione di Albrecht Dürer “Il cavaliere, la morte e il diavolo” (1513). Anche in questo caso abbiamo un eroe in armatura, il cavaliere. Lungo il suo sentiero, viene impaurito dalla Morte, raffigurata come una sorta di mostro che è a metà tra un vecchio con la barba e un animale, e il Diavolo che lo segue, nelle sembianze di un animale cornuto. La Morte incute timore nel cavaliere reggendo tra le mani un oggetto apparentemente semplice ed innocuo: una clessidra. Simbolo per eccellenza del tempo, la clessidra è il memento mori che, assieme al teschio visibile per terra, avverte il cavaliere della sua caducità. La clessidra, secondo un interessante studio di Ernst Junger, è la forma propria di misurazione del tempo, caratteristica dell’epoca antica e moderna, in cui erano presenti valori pregnanti. Oggi il crollo dei valori e l’eccessiva importanza del corpo si riflette nel nuovo strumento di misurazione del tempo, l’orologio digitale, sconnesso dalla realtà e che rifugge l’idea della scadenza, della morte. Tuttavia, la presenza di elementi come il teschio nell’incisione di Dürer (come nel dipinto di Vasentsov) richiama un gusto particolare, diffuso nel Seicento in pittura, cioè la vanitas, in cui si prediligevano le nature morte, e la presenza di elementi simbolici come il teschio e la clessidra. L’idea della vanità in senso di caducità, fugacità ma anche insensatezza è tratta dalla frase “vanitas vanitatum et omnia vanitas“, tradotta a sua volta dal Qohelet (Ecclesiaste) della Bibbia. Il concetto di vanità, dunque, è ben più ricco di quanto la banalizzazione contemporanea l’abbia ridotto. Il vanitoso non pensa solo alla sua pettinatura, o meglio: lo fa, perché è consapevole che se tutto è vano, tanto vale focalizzarsi sulle frivolezze. Radicalizzando l’espressione biblica, c’è chi la connota come nichilista: tutto ciò che è mondano è vano, vacuo, perduto. Niente ha senso, perché tutto finirà. Davvero in questo mondo non c’è nulla cui valga la pena di aggrapparsi, perciò tanto vale vivere da “vanitosi”? Naturalmente no. Uno spiraglio c’è, e l’incisione del Durer lo indica chiaramente. Osserviamo il cavaliere: il suo sguardo è volto all’avvenire, davanti a sé. Non lo distrae la morte, né il Diavolo, né il teschio per terra. L’eroe non si fa sovrastare né dall’idea della finitezza che lo annienterà, né dalle tentazioni sataniche, ma prosegue imperterrito il suo cammino. Secondo le interpretazioni classiche, l’armatura simboleggia la fede, che protegge dai timori. Il concetto è chiaro: non importa di quale fede tu sia armato, l’importante è che tu vada avanti. Credici, e morirai lo stesso, ma contento.

Durer

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