Tradurre è tradire? La mia canzone “Venezia” tradotta dall’italiano al russo

Cari amici, vorrei condividere con voi un pensiero. C’è un detto che dice che “tradurre sia un pò come tradire”, nell’ovvio senso che una traduzione da una lingua ad un’altra, specialmente se parliamo di componimenti poetici, necessariamente è costretta a “tradire” il significato originale, creando qualcosa che, per quanto possa essere letterale, diviene “altro”. Certe poesie, effettivamente, sono intraducibili, ovvero: è possibile farne migliaia di traduzioni, ma nessuna potrà mai restituirci la ricchezza e la musicalità della lingua originale in cui è composta. Ho provato a cercare su Internet la traduzione russa di “Meriggiare pallido e assorto” di Montale, e, confrontando due versioni di due bravissime traduttrici, la cosa mi è saltata all’occhio in maniera lampante. Entrambe erano molto belle, ma… in russo non suonavano come in italiano, qualcosa si era smarrito.

Mi sono trovata di fronte ad un simile bivio nel tradurre in russo una mia canzone dedicata alla città di Venezia e liberamente ispirata alla magnifica opera di BrodskijLe fondamenta degli incurabili“, che trovate qui, sul mio canale di musica “Tova music”, in versione originale italiana: https://www.youtube.com/watch?v=d5D8MDUIxwM

Ebbene, alcuni miei gentilissimi ed ispirati follower russi che conoscono l’italiano hanno pensato bene, spontaneamente, di tradurla in russo per me. Questo mi ha lusingato e ho deciso, per ringraziarli, di cantarla nuovamente, ma in russo, utilizzando proprio le loro traduzioni. Ero molto indecisa su quale versione scegliere, perché ho ricevuto una traduzione estremamente letterale ed una invece più poetica, più russa, ma che in molti punti aveva cambiato notevolmente le mie frasi originali. Alla fine, ho optato per un misto delle due (ma dando più risalto alla traduzione letterale), mettendoci anche qualcosa di mio. Il risultato è stato un esperimento particolare, che molti russi hanno apprezzato proprio per l’originalità della traduzione letterale, che riesce a comunicare sensazioni pur avendo qualcosa di “strano”, di non classico e chiaro nell’esposizione. Ecco qui la versione russa della canzone “Venezia” (per chi parlasse russo, potrebbe essere interessante fare un raffronto): https://www.youtube.com/watch?v=kfIrwSRAoqQ

Resto dell’idea che, seppure non sia possibile tradurre perfettamente qualcosa, certe traduzioni possano addirittura superare l’originale, o eguagliarlo (basti pensare al Proemio dell’Iliade, “Cantami o diva del Pelide Achille…”, meraviglioso in greco antico come nella sua traduzione italiana, che infatti fu di un grandissimo poeta, Vincenzo Monti), ma tutto ciò sia estremamente raro. I comuni mortali, ma anche i bravi traduttori, sono sempre di fronte al bivio della traduzione letterale o più libera, e non sempre la scelta si rivela azzeccata (giacché la virtus che sta in medio mi pare pressoché irraggiungibile- in questo caso, più che una virtus, si tratterebbe del miracolo perfetto per cui una traduzione riesca ad essere letterale e formalmente bella allo stesso tempo, ad aderire all’originale come una sottoveste ad un corpo, adagiandocisi sopra alla perfezione). Certe traduzioni si rivelano scadenti perché mancano di emozione, di ricercatezza nella scelta dei vocaboli, e forse è proprio l’emozione ad essere la discriminante che permette di discernere una buona traduzione da una scadente. Forse anche io, come la Venezia che descrivo nella canzone, sono un “Narciso mai sazio” e, troppo “innamorata” del mio testo originale, ho peccato di ubris e malinconia nel prediligere una traduzione limacciosa, stramba e poco scorrevole, pur di non cambiare nulla di quanto avevo scritto in italiano. Forse, semplicemente, trovo le traduzioni letterali più goffe, certo, ma anche più vere, spontanee, fedeli. L’armonia della forma, la tradizione e la scorrevolezza del classicismo del componimento poetico,  possono restare un lavoro aggiuntivo lasciato alla fantasia e all’ingegno del lettore, laddove la sostanza emotiva resta invariata e pregnante. E voi cosa ne pensate? Preferireste leggere una traduzione fedele ad un testo originale, ma impacciata, o una traduzione formalmente bellissima, ma che non è più l’originale, è divenuta “altro”, un componimento a sé stante?

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