La lucertola di Volodin

Il 19 novembre al teatro Alfredo Chiesa di via San Cristoforo 1, Milano, si è tenuta la prima in lingua russa di una bella pièce di Aleksandr Volodin, Ящерица La lucertola” (Yàsheritza). Il dramma, diviso in due atti e sottotitolato per chi non capisce il russo, è stato magnificamente recitato da un gruppo teatrale privato, in uno spettacolo di anteprima non aperto al pubblico.

Volodin, nato a Minsk nel 1919 e morto nel 2001, è un drammaturgo, poeta e scenografo russo che meriterebbe più notorietà. Nelle sue pièce andava contro la tendenza stalinista per cui il protagonista doveva sempre rappresentare gli interessi della collettività e solo l’antagonista poteva rappresentare i conflitti. In Volodin il protagonista va spesso controtendenza.

Ne La lucertola troviamo una versione moderna dell’Iliade, o, se vogliamo, ancestrale. Siamo in un’epoca primitiva dove una tribù, gli Uri, lotta contro un’altra, che ne ha depredato e ucciso molti membri. La tribù degli Scorpioni è più evoluta: “le loro frecce vanno più lontano delle nostre lance”, lamentano gli indigeni. Decidono così di trarli in inganno mandando una delle loro donne, la più intrigante, chiamata Lucertola, nel loro territorio, con l’intento di farla rapire da uno degli Scorpioni per apprendere i loro segreti (come l’invenzione dell’arco, appunto), per poi tornare a rivelarli e poterli finalmente trucidare in battaglia. Il “cavallo di Troia” qui, dunque, non è uno strumento bellico, ma la bella “Elena”. La Lucertola si intrufola come spia secondo i piani, ma le cose andranno in maniera imprevista. Farà ritorno, ma la curiosità verso il diverso, tema della pièce, la porterà a rivedere le sue posizioni e a concepire l’idea di una conciliazione delle due tribù.

Sii può dire che Volodin metta in scena il dramma della diversità e dell’integrazione con una buona dose di humour, data soprattutto dagli equivoci linguistici. Lo stratagemma prevede che gli attori parlino tutti la stessa lingua, per comodità interpretativa, ma che non si comprendano l’un l’altro, perché appartenenti a diverse tribù. Da questa barriera linguistica emergono malintesi mai però del tutto tali, giacché per i protagonisti non è difficile intuire reciprocamente la loro vera natura. A ribaltarsi, però, sono i ruoli, gli stereotipi, le credenze. Così, gli amici divengono nemici, l’odio si trasforma in amore. Ciò che potrà salvare dalla distruzione reciproca, dalla guerra e dal razzismo istintivo è la curiosità verso il diverso, come dirà il vecchio capo tribù degli Scorpioni. L’odio verso l’altro, l’alieno, è un a-priori che solo la conoscenza può abbattere, rendendo l’alterità finalmente inquadrabile e rassicurante, permettendo di comprendere che altro, spesso, è solo sinonimo di “simile a noi”.

Volodin, da bravo russo, si spinge oltre, ed ecco che questa pacifica conclusione, per divenire realtà, non può non passare attraverso lo scorrimento di sangue, ben lontano, dunque, da un happy ending. Si vis pacem, para bellum, la tragedia è innescata e annunciata: qualcuno pagherà a caro prezzo il desiderio di scoperta della tribù rivale. Chi introduce una novità in un sistema di valori è spesso osteggiato, incompreso, ucciso. Il “Giordano Bruno”, l’innovatrice e vittima sacrificale sarà proprio lei, la bella Lucertola, pronta a dare la propria vita inizialmente per la sua tribù, ma poi per qualcosa di molto più grande: l’amore, l’armonia tra i popoli. Il suo ruolo si ribalta e passa dall’introdursi nella tribù nemica per apprendere le loro tecniche belliche a insegnare loro qualcosa di ben più astratto, nobile e grandioso.

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