I viali oscuri della memoria

Mi è capitato di leggere recentemente un racconto meraviglioso di Ivan Alekseevich Bunin, “I viali oscuri”- probabilmente uno dei più noti dell’autore. Nel racconto si narra di una storia d’amore tra un aristocratico e una serva della gleba- tipica di quell’epoca e classico tema da narrazione. La cosa interessante è che non si parla della storia d’amore in sé, ma dell’incontro casuale, avvenuto 30 anni dopo, tra i due ex amanti. Se Nadezhda, allora splendida fanciulla diciottenne, è ora una quarantasettenne che non dimostra i suoi anni, dai capelli neri e dalla figura rotonda ma leggiadra, Nikolaj, che lei affettuosamente chiama Nikolenka, è un uomo sulla sessantina, straordinariamente somigliante ad Alessandro II e ancora con il suo perché. L’incontro, in una piccola isba dove Nikolaj si era fermato a cambiare i cavalli per il viaggio lungo la strada che porta a Tula, lo coglie totalmente di sorpresa: mai si sarebbe aspettato che la locandiera della piccola stazione di servizio fosse proprio lei, la sua Nadezhda, la fanciulla che tanto aveva amato da giovane. La donna gli spiega di aver ottenuto da anni la libertà dai suoi feudatari e di essersi resa autonoma, gestendo la locanda e una piccola attività di prestiti di denaro. Il suo imbarazzo cresce quando lei comincia a ricordare i momenti in cui erano insieme e la maniera crudele, insensibile in cui lui la lasciò. Come se non bastasse, gli rivela di non essersi mai sposata. Al contrario, Nikolaj confessa d’essersi poi sposato con una donna che ha amato follemente, ma che lo ha tradito e abbandonato, e da cui ha avuto un figlio inetto e scialacquatore. La vita dunque, secondo Bunin, è una ruota che gira: chi lascia sarà lasciato. Ma non è tutto. Nadezhda confessa a Nikolaj di non averlo mai dimenticato né perdonato, e di essere ancora innamorata di lui. Dopo 30 anni! Nikolaj inizialmente è incredulo, quindi cerca di giustificarsi dicendo che “tutto passa”. Tutto passa, tutto scorre, è dai tempi di Eraclito che ci si ripete questo assioma. “Tutto scorre, come il fumo bianco dai meli”, cantano i famosi versi del poeta Sergej Esenin, scritti 20 anni prima del racconto di Bunin. Un amore, per quanto possa essere stato meraviglioso, per quanto i minuti passati con la donna che si amava fossero “incantevoli, davvero incantevoli” – così si ripete Nikolaj, ripensando alla sua storia passata- con il passare degli anni si dimentica. Non è così per tutti, a quanto pare. Il tempo, con la sua struttura lineare che scorre via in una sola direzione, può davvero curare ogni ferita, far dimenticare ogni cosa, spazzarla via come cadono i fiori del melo, con quell’effetto simile al fumo bianco di cui parla Esenin? Se ascoltiamo Nadezhda e il suo infelice amore mai superato, no. Non tutto scorre come i fiumi, scorre soltanto ciò che è concluso, ciò che può scorrere. Uno stagno non può scorrere, perché è fermo, e l’amore infelice di Nadezhda è come uno stagno. Si è trasformato in uno stagno esattamente per il fatto d’esser stato troncato mentre era ancora vivo, per lei. Se lei e Nikolaj avessero continuato a stare insieme, e si fossero sposati, probabilmente il loro matrimonio sarebbe stato come quello di molte coppie: bello per i primi anni, poi stabile e denso di noia, oppure pieno di tradimenti, fino al divorzio. Forse sarebbe stato felice, ma sarebbe plausibile pensare che Nadezhda avrebbe seguitato ad amare il suo Nikolaj ostinatamente e con la stessa intensità dei 18 anni, se lui fosse stato disponibile, se fosse divenuto suo marito?

Sono cose che è meglio non domandarsi per non soffrire. Meglio fuggire immediatamente dal quell’isba densa di ricordi perduti- se vogliamo pensarla come Nikolaj, che infatti si affretta ad ordinare di preparare subito i cavalli per riprendere il viaggio. Sulla carrozza verso Tula, però, si tormenta, ripensando al tempo trascorso con Nadezdha, ripetendosi: “davvero incantevoli minuti, i migliori mai vissuti” (notare l’uso del termine minuti: perché i momenti di gioia assoluta, nella vita, ahimè, non durano più che qualche minuto). Ora Nadezhda è una donna indipendente, ora lui non è più sposato…che peccato averla persa! Totalmente in balia del rimorso, è sul punto di chiedere al cocchiere di tornare indietro, quando si figura una situazione: Nadezhda, proprio lei, non più locandiera della stazione di servizio, ma padrona della sua casa di Pietoburgo, madre dei suoi figli??? La sua risposta è perentoria: scuote la testa. Le differenze sociali sono più forti persino dell’amore, è forse questa la morale del racconto? Forse.
Ma forse la chiave di lettura è un’altra, e sta proprio nel suo titolo, “I viali oscuri”, tratto dai versi di un altro poeta vissuto prima di Bunin, cui egli forse fa omaggio:  Nikolaj Ogarev. Nel racconto di Bunin, il personaggio di Nadezhda ad un tratto cita i versi di Ogorev, ricordando a Nikolaj di quando stavano insieme e lui voleva sempre che lei leggesse ” riguardo tutti quei viali oscuri”…ed è proprio in quella poesia, davvero splendida, che viene svelato un mistero. La poesia si intitola Обыконвенная повесть, “Una storia ordinaria”. Forse la storia cui allude Ogarev è comune perché capita a quasi tutti gli innamorati, ma le parole con cui la esprime sono tutt’altro che ordinarie: direi straordinarie. La poesia descrive due amanti nel fiore della giovinezza, in riva al fiume, tra rose selvatiche e viali di tigli oscuri, che solo a vederli o a sentire i loro discorsi di innamorati, avrebbero spazzato via la tristezza dall’anima. Ma eccoli che si incontrano anni dopo: entrambi sposati ad altri, a ridere freddamente del loro trascorso amore, come se non fosse stato nulla.
Eppure, – prosegue la poesia- su quella riva del fiume, là dove cresceva la rosa selvatica, passavano due pescatori su una barchetta scrostata, cantavano canzoni...”e rimase oscuro, a chiunque sigillato, tutto ciò che laggiù fu detto, e quanto fu dimenticato”.

Il senso di questa storia “ordinaria”, è proprio nell’ultima parola: dimenticato. Tutti i discorsi meravigliosi ed entusiasti di giovani innamorati sono rimasti chiusi là, sulla riva del fiume, vicino al viale dei tigli, e nessuno mai saprà cosa racchiudevano quelle parole ormai lontane, neppure gli amanti stessi, che se ne sono scordati. Forse allora il nostro Nikolaj, quando da giovane faceva leggere alla sua amata servetta Nadezhda i versi di Ogarev, voleva anticiparle proprio questo: che di ogni amore, per quanto meraviglioso possa essere, indipendentemente dalla sua attuabilità concreta e dalla sua durata, in futuro non resteranno che parole dimenticate, intrappolate nei rami degli alberi, sulle panchine, chiuse tra i cespugli, disperse lungo la riva del fiume, che nessun essere umano può più penetrare e riascoltare. E così, lo scuotere la testa di Nikolaj non sarebbe tanto perché egli non può superare il pregiudizio verso una donna che occupa un livello inferiore nella scala sociale, ma perché non può fare nulla contro il fatto che l’amore sia svanito come svanisce ogni cosa. Non può vincere, cioè, il tempo.

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