Il volto di Robin Williams

Quando muore un personaggio famoso è sempre una tragedia di grande impatto. C’è qualcosa che colpisce nei suicidi delle star. Ci si chiede perché proprio lui/lei, che era così famoso, che aveva tutto nella vita, era tanto infelice? Pare che la vita da star sia più dura di quanto si pensi, perché forse si pretende troppo da se stessi. Robin Williams era un attore molto amato, da adulti e bambini, eppure soffriva di una malattia sottovalutata: la depressione. In lui, c’era qualcosa di puramente tenero, ingenuo, buffo e acuto. Era saggio ma infantile, vincente ma perdente, divertente ma amaro. Era la governante bonaria, il professore giovanile e illuminato, il simpatico gay, l’uomo bicentenario, il guaritore dal naso rosso di gomma. Ogni suo personaggio rivelava la doppia faccia tipica del clown, che fa ridere commuovendo. Si ride fino alle lacrime, si piange ridendo. In Robin Williams pareva ci fosse sempre una piccola lacrima grigia disegnata ai lati degli occhi, piccoli e pungenti come certe pietruzze. Il segreto del suo successo stava in quell’espressione del volto, che abbiamo tutti in mente. Una sola, ma magica, perché si adatta a migliaia di storie, personaggi, idee. Lo vedete? Sorride, ma le sopracciglia sono all’ingiù, gli occhi inumiditi e meravigliati, come se ci provassero, a creare una favola comica, ma quella favola andasse a finire solo apparentemente bene. La principessa sposa il principe. Sì, ma i suoi genitori sono morti; sì, ma il nemico sconfitto non penso sia felice. Se non tutti vivono felici e contenti neppure nelle favole, figuriamoci nella realtà! La comicità è una cura alla pesantezza della vita: ci solleva dal mondo a bordo di un pallone gonfiato, e da quell’altezza ogni cosa appare piccola e innocua. Il problema è che l’effetto della medicina è breve. Il mondo comico appare piccolo e innocuo, ma forse piccolo è sinonimo di misero, innocuo significa senza senso? C’è differenza tra ridere e far ridere. Il clown veste pantaloni smisurati perché non si adatta al mondo. Il riso, sosteneva Freud, è espressione dell’inconscio, che ha bisogno d’esser deformato per rivelarsi. La verità dev’esser camuffata da un naso rosso. La comicità cela solo apparentemente, e tanto più è drammatico ciò che va celato, tanto più la risata sarà grande. Quando la maschera cala, e si fa strada la realtà, comincia il dramma. Uno sfigato alla Fantozzi fa ridere, fino a che non capiamo che non differiamo minimamente da lui.

Se in un romanzo l’influenza della biografia dello scrittore è imprescindibile, e spesso non si capisce dove finisca la finzione, con gli attori può sembrare strano che accada lo stesso. Gli attori non scrivono i copioni (non sempre), non raccontano di sé. Certo, c’è l’immedesimazione attore- personaggio, ma come è possibile che di certi ci paia di conoscere il carattere vero, e che sia terribilmente simile a quello dei personaggi recitati? Gli attori di cinema non indossano una maschera vuota e standard: la loro maschera è il volto reale. I loro corpi sono impenetrabili eppure duttili, i loro ammassi di ossa e carne, le valli e le conche dei loro nasi e zigomi, non assecondano l’idea del regista, ma la arricchiscono, dandole qualcosa di nuovo ed unico, che le mancava: un volto.  Forse il segreto sta proprio in quel volto che non cambia mai, di cui si cerca l’essenza tramite l’insieme dei personaggi. Paradossalmente, la somma di finzione produce realtà. La spiegazione è razionale: un attore recita magistralmente certi ruoli perché gli sono più affini, gli vengono, appunto, naturali. Il suo viso è segnato dalla sua personalità, dal suo modus vivendi. Philpp Seymour Hoffman recitò la parte dell’eroinomane perché si drogava per davvero, perciò gli riusciva decisamente bene. Ogni volto è un palazzo, su cui si abbattono le intemperie, si dipingono i restauri, si incidono i segni della vita. Si immaginano le persone che li hanno visti all’interno, che li hanno amati, che li hanno presi a pugni, assediati. Il volto di certe vecchie signore è come il ricamo di pizzo di un duomo gotico. Il viso fine di una giovane donna, una snella colonna di marmo di un hotel di lusso. Quello di Daniel Defoe somiglia ai grifoni di pietra nera della cattedrale di Notre Dame. Certi uomini hanno i volti lunghi e austeri degli edifici sovietici di Mosca. I “Dorian Grey” sono pochi. Generalmente, abbiamo tutti scritta in faccia la nostra storia, la nostra frustrazione o gioia (in molti casi, ahimè, anche la nostra imbecillità). Credo che Robin Williams avesse dipinta sul volto un’oasi di struggimento buffo, come in fondo, ridicola è la vita, per cui ci si dispera, ci si tormenta e si lotta, ma che in fondo è più breve del tempo che passiamo a cercare di capirla. Che quando finisce, non è un nulla, a pensarci bene. Chi riesce a far ridere di questo enorme dramma è un piccolo eroe, in lotta prometeica contro una tempesta. Che fa ridere e piangere.

“Ho sempre sperato di arrivare al giorno in cui guarderò alla vita come ad una vecchia amante, di cui non si ricordano i pregi, né i lineamenti. Ho avuto molte donne nel corso degli anni, ma nessuna ho amato con più ardore, odio, impeto e rassegnazione, di questa volubile e  capricciosa dama. E’ l’unica che non riesco mai a lasciare. Ci ho giocato, l’ho insultata, e quanto ho parlato e scritto del suo volto! Ne sono stato geloso, pazzo, spesso ho desiderato perderla, cederla ad altri, per poi attaccarmi a lei con ben più patetismo. Spero arrivi quel giorno, in cui non riuscirò più a ridere né piangere di lei. Diverrà trasparente, leggera come un soffio, comincerà a vorticare e rarefarsi, fuggire dalle mani come un fazzoletto, e sarò troppo stanco per fermarla, per gridarle che mi mancherà, che ci rivedremo forse in sogno; e con quella dolce calma, senza una parola, forse, la lascerò andare.”

Ciao, Robin! 

Robin_Williams

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