Al ballo in maschera con l’Otello di Lermontov

Se ricevessimo un invito ad un sontuoso ballo in maschera nei salotti pietroburghesi dell’Ottocento, nientemeno che da parte di Lermontov, come potremmo rifiutarlo? Dunque, indossiamo il miglior abito, e soprattutto il pezzo forte: una maschera, di quelle in stile veneziano, riccamente decorata e seducente. Per una sera potremo essere chi desideriamo, e contare soltanto sulla nostra voce e le nostre movenze per intrigare la nostra preda, anch’essa, forse, celata da un nuovo volto di stoffa e perline. E’ sullo sfondo di una festa mondana, che si consuma il dramma “Un ballo in maschera”. L’uxoricidio è un tema caro alla letteratura drammatica di tutti i secoli. L’esempio più eclatante è nell’Otello di Shakespeare. In Russia, possiamo trovarne uno raggelante nel romanzo di Tolstoj “La sonata a Kreutzer”, in cui Pozdnishev racconta in treno ad un avventore di aver ucciso la moglie, sorpresa in compagnia di un giovane pianista. Il titolo di “Otello russo”, tuttavia, va al protagonista del dramma di Lermontov, “Un ballo in maschera”. Come nel dramma shakespeariano del Seicento, anche in quello russo l’uccisione della moglie da parte del marito geloso si rivela un errore: entrambe sono innocenti. Il dramma del 1834 andò in contro alla censura dell’epoca, e per molti anni non fu rappresentato. Perché tanto accanimento contro un uxoricidio che, in fondo, non era niente di nuovo?

L’“Otello” di Lermontov si chiama Arbenin. Un uomo che in gioventù si è dato ai piaceri della mondanità, del vizio e del gioco, con animo violento, appassionato, ma senza che nulla riuscisse a riempire la sua anima, a dargli ciò che andava cercando. La tematica dell’insoddisfazione, della noia (una malattia dell’anima assai di moda, che Lermontov fa risalire agli inglesi) ricorre anche nel suo capolavoro in prosa “Un eroe del nostro tempo”. Gli eroi di Lermontov sono tediati dalla monotonia della vita, le cui emozioni forti, che vanno a cercare a costo di morire, non sono che un palliativo ingannevole. Il “morbo” rende tutto poco interessante e inaridisce il cuore dei personaggi, romantici perché impossibilitati al raggiungimento dell’ideale di vita tempestosa e pregna. Tuttavia, qualcosa ha scosso la noia di Arbenin: è una giovane donna dall’animo puro, la bella Nina, divenuta sua moglie. Nel dramma si fa sempre più forte la contrapposizione tra il cinismo disilluso di Arbenin, con la sua “dura scorza che avvolge l’anima”, e il candore ingenuo di Nina, “giovane d’animo e d’anni“, cui egli dice: “del gran libro della vita ha letto soltanto il titolo, e dinnanzi a te si estende il mare della felicità e del male“. Il destino di Nina sembra segnato fin dall’inizio: sebbene Arbenin, grazie all’amore per lei, si sia sentito rinascere dopo anni di vacuità e viziosità, “talvolta uno spirito nemico mi risospinge nella tempesta dei giorni passati…e allora, in lotta contro me stesso, divento cupo, taciturno, rigido. Ho paura di profanarti con un mio contatto…”. La profanazione sarà sottile ed irreparabile: Arbenin, convinto che Nina l’abbia tradito, la avvelena e la guarda morire, accecato dalla gelosia e senza rimorso (almeno fino a che non gli viene detto che si è trattato di un equivoco. A quel punto, la pazzia si impossessa di lui).

C’è un altro fondamentale aspetto in comune tra l’Otello e Un ballo il maschera: la falsa prova del tradimento è in entrambe un oggetto appartenuto alla moglie e finito nelle mani del presunto amante. Nel caso dell’Otello, è Iago a tramare e far finire il fazzoletto di Desdemona a Cassio, mentre con Lermontov è il caso, e non l’uomo, a far capitare il braccialetto di Nina nelle mani del principe, sedotto al ballo da una misteriosa donna mascherata (la contessa, in realtà). Per sviare la sua identità, si imbatte casualmente nel braccialetto perso da Nina e lo consegna al principe. Il potere del caso e del fato è un punto chiave delle opere di Lermontov, sottolineato dalla presenza costante del gioco d’azzardo, sfondo e metafora del dramma della vita. Se in Tolstoj regna il sospetto, in Lermontov è l’inganno il vero protagonista, rappresentato dall’immagine della maschera. Il dramma si apre con i giocatori che puntano. Arbenin, che si è ripromesso di non giocare più, dice: “qui non c’è fortuna“, a sottolineare il fatalismo di ogni azione. L’eroe di Lermontov è lacerato sin dalla nascita, ha un destino segnato: “io sono nato con un’anima di lava; sino a che la lava non si scioglie, è dura come un macigno… non è certo un piacere, te lo assicuro, imbattersi nel suo torrente!“. La maschera, secondo e fondamentale leitmotiv, è subdola, attraente, persino rivelatrice: “sotto la maschera sono tutti uguali; le maschere non hanno anima né titoli, ma solo il corpo, e, se la maschera cela i tratti del corpo, svela arditamente quelli dell’anima”. In un certo senso, sembra però non aggiungere o nascondere nulla, come fa notare ad Arbenin un ignoto avventore mascherato, al ballo, quando lo esorta a toglierla: “A che scopo? Il mio viso vi è ignoto quanto la maschera“. In realtà la maschera inganna: celando il corpo, può creare equivoci dalle conseguenze fatali. Lo stesso anonimo mascherato, al ballo, fa ad Arbenin la previsione di un’imminente disgrazia, quasi come fosse la Morte incappucciata: è a metà tra un personaggio reale e l’incarnazione del Fato. L’uomo è un vecchio giocatore che Arbenin ha mandato in rovina e che si prende la sua nemesi, godendosi poi il momento in cui gli rivela dell’innocenza della moglie, e in cui Arbenin impazzisce. Un’opera ancora più simile (e pressoché contemporanea) dove la maschera ha nuovamente un ruolo determinante è l’omonimo melodramma di Giuseppe Verdi, “Un ballo in maschera”. La gelosia, la rivalità tra due amici, la profezia, l’istinto del protagonista Renato di uccidere la moglie Amelia, tutto pare identico a Lermontov, ma c’è un finale diverso: Renato uccide invece Riccardo, sospettato d’essere l’amante di Amelia, proprio ad un ballo in maschera (l’attrazione c’era, ma anche in questo caso non era accaduto nulla tra i due).

La morale è il punto chiave che mi permette di fare un’insinuazione ardita: più che un dramma romantico (pur avendone molte caratteristiche), l’opera di Lermontov potrebbe collocarsi come un’anticipazione del nichilismo e dell’ateismo, presente negli anti-eroi dei Demoni di Dostoevskij e di altri scrittori e filosofi tra Ottocento e Novecento. Certo, c’è il pathos, l’amore di quelli talmente forti che portano alla morte, o alla follia, come in Otello. Il dialogo tra la moglie morente, che ha scoperto d’esser stata avvelenata, e il marito convinto della sua colpevolezza è straziante, perché in esso si percepisce quell’amore che rivolta le viscere e non fa ragionare. In questo senso hanno accostato di più al nichilismo la “Sonata a Kreutzer”, per la freddezza del racconto dell’omicidio dell’uxoricida e le sue teorie azzardate sulla corruzione dei matrimoni e su un ideale ritorno alla castità. C’è più freddezza e razionalità in Tolstoj, eppure si intravede molta più morale: lo scrittore fa riferimento ad un ideale corrotto, caduto, e mostra l’implicita via da seguire (quella indicata da Dio, dalla morale cristiana) per evitare l’accadere di simili delitti. In Lermontov- per questo starebbe il nichilismo e cinismo- l’unico grande signore non è più Dio, ma il caso. Tra l’uomo e Dio c’è una spaccatura incolmabile (“Tu, invisibile Iddio che tutto vedi, accoglila! Te la affido come mio pegno. Perdonala, benedicila. Ma io non sono Dio e non posso perdonare!“- dice Arbenin, riferendosi alla moglie uccisa- sarebbe divertente pensare che abbiano preso proprio da qui il titolo del western “Dio perdona, io no”). Uno dei giocatori, Kazarin, gli dice francamente come stanno le cose: “tu ami tua moglie, le sacrifichi l’onore, le ricchezze, l’amicizia e forse anche la vita;…ma perché lei ti dovrebbe essere grata? Tu hai fatto questo per passione e, in parte, per amor proprio; hai sacrificato tutto per possederla, non per renderla felice. Sì, rifletti a sangue freddo, tutto al mondo è fatto con uno scopo”. Nella società non esiste il sentimento, la carità, né la retta via, ma solo “la lingua e l’oro: ecco il nostro pugnale e il nostro veleno!“. Gli uomini sono schiavi del denaro e dell’egoismo. Sono ibridi corrotti, sopra cui il caso imperscrutabile, di tanto in tanto, ride beffardo e mescola le carte sul più bello: “Siete un uomo o un demonio?” chiedono ad Arbenin, ed egli risponde, semplicemente: “Io? Un giocatore”.

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Edouard Manet, “Ballo mascherato all’opera”
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