La catastrofe dei social network

“L’autocritica è uno sporco lavoro (e banale), ma qualcuno dovrà pur farlo.”

Sui social network, si sa, circola di tutto. Informazioni prese da ogni anfratto del web, buttate lì, ma mai in maniera imparziale. C’è sempre un commento, un titolo che va ben oltre il presentare qualcosa: è un giudizio, una rielaborazione, un messaggio. Pubblico una notizia perché sono inorridito o perché la approvo. Pubblico una foto perché voglio far vedere quanto sono bello/a o fortunato ad essere in un certo luogo. Lo scopo è quello di sedurre, prima di condividere; di essere giudicati, raccogliendo più “like” possibile. Ci si mette alla mercè del giudizio del mondo? Non esattamente.

Ci sono commenti che vanno oltre. La decenza, l’intelligenza, il buon gusto. Certe pubblicazioni offendono o trasmettono messaggi che fanno rabbrividire. C’è gente che scrive “ben gli sta” riguardo le ragazze andate a fare volontariato in Siria e ora rapite (al di là dell’errore grammaticale, è impressionante che di fronte alla possibile perdita di vite umane ci sia chi non solo che se ne frega, ma addirittura sostiene che sia meritato). Ci sono quelli che difendono Hamas, quelli che pensano che il mondo sia del tutto antisemita, e la solita tempesta di banalità non degne di nota (la Russia è imperialista e bigotta, i media occidentali sono venduti e non attendibili, l’America è una macchina che produce morti e pensa di imporre il suo modello in tutto il mondo, chi bombarda i civili è disumano, Venezia è bella ma non ci vivrei). Ci sono quelli che si lasciano andare a commenti a sfondo razzista, che inneggiano al potere di certe nazioni, alle guerre. E’ uno sproloquio di frasi spicciole e propagande fini a se stesse. Facebook, la sputacchiera dei saloon in versione contemporanea. L’idioma dell’idiota. Il problema è che le scemenze non si disperdono di bocca in bocca assieme ai rutti da pub, ma restano scritte nel web, nei secoli dei secoli. Gli adolescenti, vedendo i commenti, rischiano di pensare che il mondo sia davvero così manicheo, ottuso, egocentrico. In effetti, è vero. Il problema non è il social network in sé, ma l’uso che se ne fa. Al solito: Facebook è una bellissima città, il cui problema sono gli abitanti. La grande domanda allora è: censura o non censura? Si può segnalare come contenuto immorale od oltraggioso qualunque post si ritenga tale. Santa libertà del social network. Sì, ma molto blanda, perché intanto il contenuto è stato già diffuso a macchia d’olio, assimilato. Intanto quelle “scoregge” ci hanno guastato l’olfatto. Quanto peso hanno le parole? Quanto possono influenzare menti deboli? E’giusto che sul web prolifichi qualunque genere di informazione manipolata o errata? Fin dove si può spingere l’odio, la violenza verbale, la diffusione di concetti che propugnano chiusura mentale, intolleranza, bassezza? Le parole non sono semplici segni e suoni. Contengono un universo dentro, fatto di intenzione, ideologia, persuasione. Possiamo anche fare spallucce in mezzo a questa grottesca esibizione del qualunquismo, perché in fondo tutto ciò è arrivato quando eravamo già piuttosto grandi per poterlo criticare e discriminare, ma la generazione che a 10 anni ha l’ipad e il profilo su 5 portali diversi? Ok, faccio discorsi da nonni, ma qualcosa servirà invecchiare, oltre che a farsi venire l’osteoporosi- nella migliore delle ipotesi.

C’è qualcosa di positivo? Sì. Che almeno con Facebook si risparmia tempo. Prima dei social network, le persone andavano studiate, conosciute. Oggi basta un click per individuare uno scemo. “Selezione digitale”: l’idiota si autoelimina. Lo si getta dalla rupe Tarpea dopo aver letto un paio di suoi post. D’altro canto, però, il tempo si centuplica se si vogliono trovare informazioni interessanti, non troppo di parte, acute. La quantità, nel caso della cloaca- web, non corrisponde alla qualità. L’informazione social è un’accozzaglia irritante di cianfrusaglie. E’ come essere al mercato e dover frugare ore tra i vestiti ammucchiati sui banchi a 5 euro, prima di trovare quello che effettivamente non è male. Facebook è un museo in cui le opere d’arte si contano sulle dita di una mano, e il resto sono “croste” di sedicenti artisti di strada. Perché tutti, sul web, sanno fare qualcosa. Siamo tutti pittori, scrittori, fotografi, modelli, giornalisti. Come orientarsi in questo mare di rifiuti? Come tacere di fronte a certe parole che ripugnano? Basta fregarsene, pensare ad altro, non iscriversi a Facebook? Troppo semplice.

Si può protestare. Ho provato. Di fronte a certi contenuti ignoranti e biechi, mi sono detta: fermiamoli. Vero che non si dovrebbe discutere con gli idioti, ma ho voluto fare un esperimento. Ovviamente il mio commento, mirato solo a far notare il razzismo di un post, è stato cancellato istantaneamente e sono stata “bloccata” dall’utente. Dunque, mi viene da pensare che la libertà del social network sia una gigantesca illusione. E’ una libertà assai limitata, che si può cancellare, girare a proprio vantaggio. Ma uno degli aspetti interessanti e validi del social network non è per caso lo scambio di informazioni? Non è uno strumento per condividere opinioni, per raccogliere consensi ma anche critiche? No. Ogni critica viene eliminata, secondo una vera e propria censura. Ognuno è l’infimo dittatore del suo profilo, in cui decide cosa mostrare e cosa togliere, quale guancia (o chiappa) esibire, e dove prontamente intervenire quando qualcuno si permette di mettere in dubbio l’attendibilità o la moralità di certe affermazioni- sia mai che abbia ragione. I profili sono monologhi, non dialoghi. Autoritarie e nauseanti auto- celebrazioni del proprio ego inattaccabile, che fluttua, artefatto, in una vetrina di futilità. Piccoli templi del non interessante, perché maniacalmente individualistico. I blog, i post non si concentrano sull’oggetto di cui parlano, ma sul soggetto (loro stessi) mentre si rapportano con un oggetto, che diventa uno sfondo. Oggi sono qui, mangio questo, ho tagliato i capelli. Siamo sicuri che sia proprio questo, ciò di cui abbiamo voglia di parlare? Avanti così, e sarà il declino dell’intelligenza e del progresso. L’appiattimento delle menti. La fine del dialogo, l’inizio della fine. Una catastrofe? Sì, perché si diffonde una forma mentis ripiegata su se stessa e non più volta a conoscere il mondo. Ma forse c’è uno spiraglio. Potremmo essere nella fase di massimo picco della social-network-dipendenza. All’iperbole della demenza: le selfie e le foto dei piedi ne sono una prova. Dopo il picco massimo, di solito si fa strada il declino. La “generazione Facebook” siamo noi, sui trent’anni. Le nuove generazioni cominciano ad annoiarsi. Creano doppi profili, gruppi collettivi, si prendono gioco delle mode e delle manie. Usano FB solo per sentire amici lontani, ridimensionandone lo scopo e il potere. Stanno andando oltre. La chiave forse è proprio questa: non prendere mai troppo sul serio ciò che non merita attenzione. Tirare fuori la più leggera ma sottile delle armi di tutti i tempi: l'(auto) ironia. Rendendo il social network un oggetto da cabaret, non sarà più incisivo di un pupazzo che si fa la popò nei pantaloni.

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