Il paradosso del Charlie Hebdo

Ricordo che trovai molto divertente un piccolo aneddoto che mi raccontò mio padre, a proposito di un suo amico d’infanzia. Quando erano ragazzini, gli diceva sempre che non avrebbe mai voluto uscire con una ragazza brutta, perchè altrimenti tutti avrebbero pensato: “ma guarda con che cesso sta girando quello!” Allo stesso modo, però, non avrebbe neppure voluto uscire con una ragazza bella, altrimenti avrebbero pensato: “ma guarda quel pirla con che pezzo di ragazza va in giro!”

Risultato: non poteva uscire con le ragazze, vittima del suo paradosso. La cosa che mi esalta non poco, riguardo questo genere di asserzioni sofistiche, è che sono logiche, intuitive, stanno perfettamente in piedi (nel mondo del pensiero). Il costrutto di Gorgia secondo cui “nulla esiste” è talmente ben argomentato, che c’è un momento in cui quel diavoletto, che anticipa in maniera sublime quello cartesiano, ci fa davvero domandare: ma siamo sicuri che la realtà esista? Eppure, è del tutto evidente che nel mondo reale le cose non funzionano così: innanzitutto perchè i ragazzi, pur pensando al sofisma di cui ho fatto cenno all’inizio, di fatto escono comunque con le ragazze; inoltre, poiché tra bello e brutto vi sono migliaia di sfumature che potrebbero, anche a livello logico, creare una via d’uscita. La realtà è più forte della logica, per il semplice fatto che spesso è del tutto illogica.

Mi viene da pensare la stessa cosa a proposito dei recenti episodi del Charlie Hebdo a Parigi. In questi giorni sono stati sciorinati, vomitati, cliccati, pubblicati fiumi di parole. Trovare quelle interessanti e giuste, all’interno di quello sciame di retorica e banalità, è più difficile che trovare una sinapsi in Sara Tommasi. Viene da pensare che gli autori di commenti interessanti sui social network diventeranno ufficialmente, assieme ai Sinti, ai Rom e agli italiani di Crimea, una minoranza etnica! Eppure, cos’altro si potrebbe dire? Ed ecco il paradosso, il sofisma maligno che ci blocca. Facciamo un esperimento. Proviamo a commentare in qualche modo l’episodio:

1) Uccidere qualcuno per ciò che pensa è una barbarie che non può essere giustificata in nessun modo (questo è un dogma, antipatico in quanto difficilmente ammette repliche, ma inevitabile in una società civile).

2) Però effettivamente il Charlie Hebdo pubblicava vignette realmente offensive, in certi casi. Un po’ di censura, a volte, non guasterebbe. Il che non giustifica certamente l’attentato, sia chiaro.

3) C’è dilagante ipocrisia: tutti dicono “Io sono con Charlie”, ma sono gli stessi che anche in Italia legittimavano censure e ostracismo televisivo e di stampa di vari comici, giornalisti e così via.

4) L’attentato ha sollevato un polverone sull’opinione pubblica come non si vedeva da tempo, solo perchè si parla di Occidente, di vittime di serie A, di libertà di stampa, perchè della strage in Nigeria, dei morti ogni giorno in Ucraina e via dicendo, si parla pochissimo.

5) Eh, però: tutti a dar contro all’Islam, a risfoderare articoli della defunta Oriana Fallaci, senza capire che c’è estrema differenza tra l’estremista islamico e il simpatico imam della moschea che ho sotto casa, o quello che mi fa il kebab dietro l’angolo, o il compagno di scuola che, seppur mussulmano, si magna dei panini con la porchetta da paura.

Potrei andare avanti per un po’ ad annoiarvi con questi banali commenti, se non che viene da chiedersi: ma c’è, dentro questo marasma di luoghi comuni, qualcosa di veramente interessante da dire? Qualcosa di nuovo, un punto di vista che meriti davvero di essere esposto? La domanda è retorica, perchè, a mio avviso, non esiste. Quindi, cosa resta da fare? Tacere. Il silenzio. Il pudore, l’umiltà di saper tacere pur di non dire fesserie o banalità, in molti casi, è davvero un comportamento più saggio di qualunque commento. Il problema è che il silenzio parla, a seconda del contesto ha un preciso significato, e verrebbe interpretato come assoluta indifferenza. Dunque, nessuno dovrebbe parlare perchè direbbe cose ovvie? Siamo intrappolati. Come l’amico d’infanzia di mio padre. Ci siamo incastrati con le nostre stesse parole in un limbo apparentemente logico, che ci immobilizza.

Anche in questo caso, è naturale che nella realtà tutto ciò non accade. Se un uomo non parlasse (leggasi comunicasse, altrimenti l’associazione dei sordomuti mi taccerebbe di discriminazione), sarebbe ancora definibile tale? La gente parla, commenta, s’indigna. Io stessa, scrivendo questo articolo, mi sono contraddetta, perchè comunque ho parlato, e ciò che ho detto è altrettanto superfluo e banale. La gente parla perchè deve farlo. Perchè per fortuna ci si interessa ancora di ciò che ci accade intorno. Perchè, grazie al cielo, la violenza è ancora oggetto di scandalo e sdegno. Riportando una bella frase di un film visto di recente, “la violenza è terribilmente piacevole. Tolta la sensazione di piacere ad un gesto violento, esso diventa… vano”. Se l’uomo potesse smettere di voler provare piacere, forse diverrebbe un pacifista. Ci siamo già risposti sulla possibilità che ciò accada…

Eppure andiamo avanti. Parliamo, puntiamo il dito, ci scontriamo, rabbrividiamo. Eppure, continuano a contare soprattuto i fatti, e tutti quei bellissimi paradossi, sofismi, antinomie, esperimenti mentali, restano confinati lassù (o laggiù), nell’iperuranio, nel mondo delle idee, nello spazio-tempo curvo, da qualche parte. In un mondo “altro”, dove tutto quadra, e ciò che non quadra è rotondo, e precipita nella voragine dell’infinito, dell’irrazionale e infinitesimale, dell’indicibile eppur pensabile, del contro intuitivo ma non illogico. In quel mondo, non so voi, ma a me piace fare dei salti ogni tanto, perchè senza quell’immenso universo invisibile, i nostri pensieri sarebbero statici, i nostri esperimenti come cani senza guinzaglio, e le nostre esistenze randagie, aride e tristi assai più di quanto già non siano.

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