Un nuovo tipo di alieno. Under the skin

Ciò che è affascinante del concetto di “alieno” è il fatto che, essendo, altro, è inimmaginabile. Al di là dello stereotipo con cui vengono rappresentati gli extraterrestri, verdi, con gli occhi enormi e la testa a triangolo rovesciato, è davvero possibile immaginare qualcosa che non si è mai visto? Per rifarsi a Kant, il pensiero, senza le facoltà sensoriali, è cieco.

Immaginare l’inimmaginabile è ciò che nel film “Under the skin” tenta di mettere in scena il regista Jonathan Glazer (quello di Birth- Io sono Sean, con Nicole Kidman). Premetto che il film è di una noia mortale. Non me ne vogliano quelli che apprezzano la cinematografia estetica e concettuale, gli esperimenti dei registi intellettuali, ma proporre per quasi due ore inquadrature statiche e la quasi totale assenza di dialogo in tutta la seconda parte di un film, da tentativo ambizioso diventa irritante (il confine è molto labile!). Dello stesso tipo, ovvero di una noia indicibile, sono film come il sopravvalutato To the wonder con Ben Affleck. Il punto è che, se la tentazione è quella di mandare avanti, paradossalmente questo genere di film non può essere apprezzato se non ce lo si sorbisce tutto, fotogramma dopo fotogramma, frantumazione dei testicoli dopo frantumazione dei testicoli. Perchè il senso risiede anche in quella lentezza, quella staticità e freddezza che tenta di riprodurre il reale, in cui ci sono momenti morti e muti di continuo.

Perchè dovrei parlare di un film noioso e addirittura consigliarne la visione? Vorrei chiudere un occhio sulla sua noia e dire invece qualcosa a proposito del suo significato e di alcune trovate che sono invece meritevoli. E’ tratto da un romanzo di Michel Faber, e parla di un’aliena in Scozia, nei panni (anzi, letteralmente nella pelle) di una donna affascinante e sensuale (Scarlett Johansson), che, con la complicità dei suoi simili (alieni nelle sembianze di uomini in motocicletta) utilizza il suo aspetto estetico, preso in prestito da una defunta terrestre, per accalappiare uomini incontrati per strada e portarli in un luogo nero, in cui vengono gettati in un abisso e privati della pelle. Nel film non è spiegato nulla: né il perchè di questa barbarie, né l’esatto destino delle vittime (mentre nel libro, a quanto pare, è chiarito che gli alieni se ne nutrono). Trovo che il fatto di lasciare molto all’immaginazione sia una scelta vincente. Quel perfetto nulla totalmente nero è magistrale: un abisso terrificante in cui le figure bianche si stagliano in contrasto e poi precipitano in una sorta di fluido simile al petrolio, in cui vengono risucchiati e fluttuano, inerti e sgomenti, fino a che la loro pelle non viene privata delle interiora, e ondeggia a sua volta come un sacco vuoto. L’apoteosi dell’inquietante: un’immagine perfetta del nulla cosmico, in cui il totale silenzio è un ulteriore arricchimento, che accresce la tensione. Sospesi in un liquido “traspirante” che rarefà e liquefà la carne, sembra di trovarsi nelle tenebre del pozzo di Edgar Allan Poe, ma senza avere idea del fatto che si tratti di un pozzo: è il terrore allo stato puro. Eppure quella morte è bella. Esteticamente è talmente affascinante da essere rassicurante allo stesso modo in cui è spaventosa. Splendido.

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L’altro aspetto eccezionale è la trasformazione che subisce la protagonista, di cui ignoriamo ogni cosa: da carnefice si tramuta in vittima, perchè a mano a mano perde di vista l’obiettivo per cui è sulla Terra, e si fa prendere dalla curiosità, o forse da un accenno di sentimento di pietà. Assistiamo al suo smarrimento nel tentare di esperire ciò che provano gli umani: mangiare una torta, avere una relazione sessuale con qualcuno. Tentativi che si rivelano fallimentari, ovviamente, se non addirittura funesti per lei.

Nel film la “non umanità” è espressa in modo magistrale: assistiamo al punto di vista relativistico dell’aliena, non del regista o dello spettatore. L’assenza di dialogo, l’oggettività, le inquadrature fisse, il silenzio e la fredda crudeltà inespressiva delle azioni dell’aliena, esprimono in maniera sorprendente uno sguardo “altro”. Quando gira per la strada, guardiamo con i suoi occhi il mondo, fatto di persone di ogni genere intente in azioni che perdono di senso, divengono ugualmente strambe. Il tentativo di alienarsi attraverso la macchina da presa è davvero notevole. Quello che mi domando, tuttavia, è se si poteva fare di più, spingersi addirittura oltre. Se la scelta di non spiegare ma mostrare si è rivelata vincente e acuta, in questo senso, lo è forse meno quella di attenersi al classico copione dell’alieno che assume sembianze umane e che annienta i terrestri (quello presente nel romanzo). Non voglio certo sostituirmi alla maestria del regista, ma mi permetto di notare che sarebbe stato ancora più sconvolgente creare un’immagine dell’aliena totalmente diversa dai cliché e da quella umana: esasperare fino in fondo il nichilismo, la disumanità, l’incomprensibilità delle sue azioni. Un’impresa che, tuttavia, si prospetta davvero ardua, se non impossibile, poiché il regista potrebbe ribattere: “Homo sum. Humani nihil a me alienum punto” (nulla che sia umano mi è estraneo: neanche, ovviamente, il mio pensiero).

Immaginando che altri pianeti nelle galassie ospitino forme di vita, cosa non improbabile data la vastità dell’universo, non sarebbe così strano visualizzarle come non dissimili dall’uomo. Se l’evoluzione biologica è contingente, è vero anche che gli atomi e le altre particelle organiche di cui è composto l’universo sono di un certo tipo, dunque le loro combinazioni potrebbero dare luogo, su altri pianeti con condizioni climatiche atte ad ospitare la vita, a creature non certo uguali, ma neanche totalmente differenti da quelle sulla Terra. L’alieno potrebbe dunque essere una specie con caratteristiche evolutive simili alle nostre? Uno strano tipo di animale, o di uomo, mai visto eppure non così diverso da noi? Il migliore e il più terrificante alieno finora mai messo in scena, a mio avviso, è quello del film Alien. Ma se si trattasse invece di una specie per nulla minacciosa?

La domanda di fondo, comunque, resta quella iniziale: si potrebbe davvero immaginare un alieno in maniera completamente fuori da ogni canone? Mettere in scena l’assurdo, il diverso inteso non come opposto, né come quasi simile, ma come totalmente al di fuori di qualunque cosa vista, pensata finora? Probabilmente no, ma c’è una cosa su cui sono sicura: che il film di Glazer è sicuramente un grande, straordinario passo avanti in questa direzione.

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3 commenti su “Un nuovo tipo di alieno. Under the skin

  1. Valentina Moretti il said:

    Che poi, perché dovrei ogni volta impersonare gente fasulla che commenta il mio blog per far credere che sia seguito, quando trovo in me stessa un interlocutore così acuto e stimolante?
    Me stessa 1 commenta: il tuo articolo è meno ingenuo di quanto voglia far credere. Resta che quel film è una palla.
    Me stessa 2 commenta: hai ragione. Però la noia riflette perfettamente la vita. E comunque, prova tu allora a immaginare un alieno, vediamo cosa viene fuori… non credo sinceramente che tu possa fare di meglio.
    Me stessa 1: ok, accetto la sfida. Presto ti farò avere un racconto al riguardo, e vedremo chi ha ragione!

    • Christos Voskres il said:

      io non sono fasullo !!! sono un commentatore vero !!

      ….. oppure sono una personalità dissociata dell’autrice che crede di essere una terza persona ?
      ….. oppure sono un lettore schizofrenico che s’immagina di essere l’autore del blog !!
      ….. probabilmente sono un alieno come nessuno si sognerebbe mai d’immaginare

      • Valentina Moretti il said:

        Interessante. In effetti non ho la certezza su che tipo di materia (o antimateria) tu sia, o misteriosa entità pensante. Potresti invero essere anche un’intelligenza artificiale. Non esiste modo in cui tu possa dimostrare di avere una coscienza, né per me di capire chi sei. Nel mondo virtuale valgono leggi differenti.

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