Zuckerberg, salvaci tu

Partirò da un’ipotesi scontata per tentare una breve analisi sui social network: quella che vengano utilizzati in maniera sbagliata e dunque peggiorino la società (premessa 1). Detesto fare premesse, perché esse stesse potrebbero essere opinabili. Vero è che se mettiamo tutto sotto il rasoio del relativismo, non ne potremo cavare un ragno dal buco. Le ipotesi sono fondamentali, quindi ipotizziamo pure.

La premessa 1 presuppone che il fenomeno dei social network stia cambiando il nostro modo di comunicare, ovvero di pensare (premessa 2: assumiamo che, mai come oggi peraltro, comunicare significhi pensare- anche se in molti casi sembra che i messaggi siano privi di un pensiero razionale che li crea!).  Cerchiamo di cogliere alcuni aspetti peculiari di Facebook, il social network per eccellenza, riferiti alla comunicazione, osservandone gli effetti concreti prodotti sul singolo utente.

1) Pubblicizzazione del privato. La parola “pubblico” è divenuta una qualità positiva, se non inevitabile. Ogni più piccolo gesto, pensiero, aspetto della propria vita quotidiana dev’essere reso pubblico perché abbia pregnanza. Perché ciò accade? Per via di uno degli aspetti chiave del narcisismo, l’esibizionismo: il sottile piacere che l’esposizione del sé, ben selezionata e filtrata dal proprio gusto, suscita in ognuno di noi. Conseguenze: invasione della privacy (ed è la più grave e controproducente, vedi coppie separate per via di Facebook o smascheramento di omicidi premeditati perché l’assassino, e coglione, scrive sulla sua pagina, riferendosi alla moglie “Pina, t’ammazzo”, e, cosa ancor più grottesca, riceve pure dei like); slittamento del concetto di “condivisione”, che diventa soltanto apparente. Condividere ha sempre significato, in epoca pre- social network, spartire assieme ad altri qualcosa (un pensiero, un compito, un lavoro…). Sul social network si condivide aria fritta, parole quasi sempre inutili. Uno sharing totalmente vacuo.

2) Selezione di ciò che si intende pubblicare. S’immagini il social network come certi quiz in cui viene mostrata al concorrente la parte di un tutto, ad esempio un ginocchio della Venere del Botticelli, ed egli è chiamato, partendo da quel dettaglio, ad indovinare di che dipinto si tratta. La grossa differenza è che, nel caso di Facebook, non c’è scopo: mostrando la foto del cappuccino che si sta bevendo nel bar o un selfie, non si stimola l’osservatore a giungere al tutto, ad una conoscenza nuova. Sui social network mostro una parte di me, quella che reputo vincente a livello sociale, ma non ho alcuna intenzione di rivelarne altre (sarebbe da scemi o da inutili provocatori rendersi ridicoli/brutti/perdenti consapevolmente). Il profilo di un utente non corrisponde, se non in minima parte, a verità. Cos’è, poi, l’essenza di una persona? E’ comunicabile, e se lo fosse, perché dovrebbe? Un profilo fasullo, all’interno di un social network in cui comunque quelli veritieri sono altrettanto costruiti, non è dunque nulla di tanto scandaloso o disonesto. La domanda è: d’accordo che la ricerca della verità non è tutto e che lo stesso concetto di verità è discutibile, ma è davvero costruttivo mettere in piazza immagini fasulle di se stessi, fine a se stesse? Siamo sicuri che questo teatro di un’esistenza ostentata e pseudo-reale porta ad un arricchimento (morale, mentale) che vada oltre il piacere istantaneo? In questo senso, cade a fagiolo l’etimologia del verbo mostrare, da monstrum (mostro), che deriva da monere, avvisare: il mostro è l’apparire di qualcosa di straordinario che è un ammonimento per l’uomo. Se mi mostro, sono un mostro. Esibisco qualcosa di meraviglioso e orribile: me stesso.

3) Morte del dialogo e del pubblico a favore dell’egocentrismo e dell’espressionismo. Una delle conseguenze più tristi dei social network è il declino del dialogo. La forma dialogica, largamente utilizzata in filosofia, è costruttiva perché permette un confronto, una continua messa in discussione delle proprie asserzioni. Due interlocutori in una discussione sono fondamentali perché la trasmissione della conoscenza avvenga in maniera efficace, sintetica e chiara; se si trattasse di una lezione o di un confronto con una pluralità di voci, sarebbe più complicato gestire i diversi punti di vista, e il risultato sarebbe il caos, o l’inutile ridondanza di argomentazioni che potrebbero, quasi sempre, essere risolte in due o tre punti di vista contrastanti. Nel social network il dialogo è solo apparente. Capita di imbattersi in post e relativi commenti di un utente, a cui seguono risposte dell’autore e così via, ma sono sempre argomentazioni spicciole- non perché lo siano di per sé, ma perché la stessa struttura del mezzo di comunicazione impone a priori frivolezza, scarso approfondimento. Per il resto, ciò che spadroneggia sul social è puro espressionismo, è il proprio Io collegato a ciò che si mangia, si fa, si pensa, si crede, rivolto a tutti, cioè a nessuno. Esprimo qualcosa che riguarda solo me e la mia quotidianità, inserisco un commento che non si rivolge a qualcuno in particolare e spesso nemmeno pretende risposte. Il “pubblico” è dunque fittizio, indefinito, inesistente, portato ad essere svalutato e insultato dall’utente per il suo qualunquismo, di cui egli stesso è parte attiva. Quando gli altri divengono un’indistinta massa di niente e cessano di essere interlocutori pensanti, comincia il problema. Non penso più, perché penso che gli altri non pensino. Gli altri, su Facebook, non esistono, se non come claque, come risata indistinta di fondo in una sit com che non fa ridere.

4) Nuovo concetto del termine “opinione”. La doxa, “opinione”, in antica Grecia indicava il tipo di conoscenza che, essendo basata sull’opinione soggettiva, era contrapposta all’episteme, la vera conoscenza che ne determina le basi. Era dunque una  credenza preliminare ma superficiale, “falsa” in quanto priva di fondamento, eppure fondamentale per confrontarsi e arrivare alla vera conoscenza. L’opinione ha sgomitato talmente tanto, nel corso della storia, dalla rivoluzione copernicana, passando per Kant e giungendo al genio di Einstein, che siamo giunti al punto in cui non esiste più alcuna episteme, e sarebbe quasi sacrilegio affermare il contrario. Non c’è nulla di assoluto, niente dogmi, nulla che limiti la libertà del singolo. Tutto è relativo: gli dei, gli idoli, le percezioni, la conoscenza. La forma stessa del mondo è relativa, perché è retto su leggi che funzionano in base al sistema di riferimento in cui vengono prese in esame. Ciò non significa però che tali leggi non ci siano, o dipendano esclusivamente da chi le osserva. Qualcosa di universale c’è, e serve più che altro come ideale a cui tendere. L’opinione però, nell’era dei social network, ha assunto un’importanza eccessiva, fuori controllo. Non è soltanto l’unica modalità in cui si esprime il singolo (cosa ovvia, non possedendo la conoscenza assoluta) ma uno sproloquio non richiesto e obbligatorio che va esternato ad ogni costo e su qualunque argomento. Un’etichetta. “Io devo far sapere come la penso sui recenti fatti di cronaca, altrimenti che figura faccio con i miei follower?” In questo modo il suo contenuto (condivisibile o meno) passa totalmente in secondo piano. Quello che conta è il gesto in sé di mostrare un’opinione. L’opinione, al tempo dei social network, ha subito uno slittamento di significato: assomiglia ad una manifestazione di presenza. E’ ridotta ad una selfie del pensiero.

5) Impoverimento del linguaggio: il mezzo social network impone brevità e preclude l’approfondimento. Essere concisi è quasi sempre vincente (parlando di più, si rischia di sbagliare di più, e di annoiare di certo). Questo però non significa dover piegare la propria proprietà di linguaggio ai dettami del social network: il like, le abbreviazioni errate, (“x” al posto di “per”, “k” al posto di “che”…), gli errori grammaticali (addio al pronome “loro” per la terza persona plurale, pronome maschile usato per il femminile, congiuntivi a caso, consecutio a-temporali). Il social network, nella sua allarmante ed eccessiva democrazia, permette a chiunque di scrivere, e mi permetto di azzardare che più della metà delle persone (e sono stata generosa) non conosce non soltanto le regole di ciò che scrive, ma addirittura l’uso delle parole, della punteggiatura e così via. Non parlo di refusi, ma di veri e propri strafalcioni che creano modifiche permanenti nel linguaggio, concedendo che il congiuntivo, ad esempio, non sia più così necessario. Ho provato a fare un classico test di grammatica italiana su un sito, pensando con superbia di indovinare il 100 per 100 delle risposte: sono rimasta sconvolta da quante regole ignoravo, quante parole, usi delle virgole, definizioni. Il problema è che nulla, su Facebook, spinge a migliorarsi, imparare.

6) Diffusione di ignoranza. Facebook non diffonde informazioni utili, se per informazione intendiamo l’esposizione, più o meno neutrale, di fatti. Facebook diffonde per lo più informazioni private e dunque inutili, ma spesso anche ignoranti. Non insegna e non stimola interesse, ma voyeurismo. Diffondendo ignoranza, si crea e causa ignoranza, perché il cervello è portato ad immagazzinare ciò che vede e legge, a memorizzarlo, suo malgrado. I cambiamenti che i social network creano negli esseri umani non vanno sottovalutati, perché finora, salvo rare eccezioni (tra queste il bel portale O’Desk, dove si può offrire il proprio lavoro da freelance e sottoporsi a test per verificare le proprie competenze in settori specifici, da mostrare come credenziali per trovare un ingaggio), la riduzione che produce il social network nel modo di esprimersi e di agire non può non essere considerata un impoverimento, un pericoloso ripiegamento su se stessi. L’appiattimento nella vischiosa trama della rete “social” è totale: il singolo è al pari di tutti gli altri, in modo del tutto indistinto. Su Facebook hanno lo stesso valore non “miele e assenzio”, ma il molesto “postatore” di autoscatti e lo scienziato. Il molesto pubblica la foto del cane con il vestitino, o un commento idiota/offensivo/contenente errori, e l’effetto è  che non solo tutti lo vedono (anche loro malgrado), ma che la somma della pubblicazione di pensieri e foto inutili abbassa drasticamente il livello globale del social in sé, con il risultato che la pubblicazione interessante o l’articolo del ricercatore si perde tra cani e facce da scemi- e non credo ci sia neppure bisogno di dimostrazioni empiriche o statistiche per provare che, se il singolo può ancora essere interessante, l’unione di più singoli, la massa, è sempre un peggioramento.

7) Onnipresenza ed espansione dilagante. Chi rifiuta di farsi limitare e condizionare da queste logiche, può benissimo non iscriversi a Facebook. Chiudere il computer. Non guardare le cretinate che scrivono i propri cosiddetti “Amici”. Certo, c’è la possibilità di scelta, ci mancherebbe. Ma cosa andrebbe a perdere? Tutto e niente. Niente, perché togliere il proprio avatar figo da Facebook potrebbe addirittura essere un vantaggio. Tutto, perché ormai noi siamo (anche) i social network. Perché non si può non conoscerli, perché è diventato l’unico modo per comunicare con persone dall’altra parte del globo. Nei posti di lavoro il profilo Facebook è richiesto; si trova lavoro via Facebook, LinkedIn ecc (per fortuna, LinkedIn è molto più serio e rispettabile di Facebook). Il “social world” fa parte di noi, si espande come un liquido invisibile, entrando a gamba tesa nella nostra quotidianità, modificandoci fin nel più piccolo gesto: ricevere e rispondere a notifiche, inbox, commenti, scorrere le dita sulla fascia delle “news” (al fine di aggiornarsi sui pettegolezzi di cosa fa quello, cosa pensa quell’altro ecc). E’ sempre più difficile starne fuori, fino a che non diverrà forse impossibile, pena l’esclusione completa da certe sfere sociali, che andranno però ad incidere anche sul proprio successo professionale.

Sarà possibile una regressione in futuro della loro importanza? La vedo dura, anzi, penso ad un’espansione iperbolica e parossistica, che arriverà a controllarci ed influenzarci sempre di più, rendendoci diversi e, quel che temo, più superficiali e stupidi.

La piattaforma Facebook è artificiale, creata da uomini. In seguito alla sua creazione, però, sembra abbia preso a funzionare in maniera autonoma e dilagante, proprio come una scintilla nel bosco che provoca un incendio e, nel corso del tempo, brucia un’intera foresta. Esperimento che è sfuggito al controllo del suo creatore? Robot che prende il sopravvento e si impone come modello di pensiero? Sembrerebbe di sì, evviva Asimov e Turing. Il che è eccitante e drammatico allo stesso tempo.

Verso un nuovo utilizzo

Il social network non è il demonio. Il demonio siamo noi, ma lui è stato impostato in maniera approssimativa, e noi da creatori ne diventiamo le vittime. Si insinua nelle nostre coscienze, ci chiede “what’s in your mind?”, “a cosa stai pensando?” e, senza che ce ne si accorga, ci ha già imposto una certa maniera di comunicare. E’ un geniale catalizzatore del processo di decadenza umana: sarei pronta a scommettere che peggiora progressivamente le facoltà mentali dei suoi utenti invece di migliorarle. Peraltro Facebook (su Istagram nemmeno mi pronuncio) è il solo a produrre conseguenze così gravi (se prendiamo Vktontakte, il “Facebook russo”, ci renderemo subito conto della differenza: pochi commenti, poche discussioni inutili, molte pubblicazioni di articoli e foto, sharing di canzoni e film). L’uso corretto dei social network diviene quindi un aspetto fondamentale perché possano rappresentare un passo avanti, uno strumento costruttivo di diffusione e scambio di cultura, informazione, istruzione, valori più o meno condivisibili ma civili. Bisogna dunque regolarli, indirizzarli, limitarli e impostarli in maniera responsabile. Che soluzioni proporrei? Molte, partendo dall’inserimento di categorie per i contenuti, in modo che ci si possa subito orientare e decidere cosa guardare (notizie dal mondo, fotografie, commenti, compresa quella: selfie- ego- vacanze- inutilità); all’elaborazione di un’intelligenza artificiale interna che controlla i contenuti e suggerisce il modo auspicabile di divulgare informazioni (pare sia già in elaborazione), vedi link: http://www.wired.it/internet/social-network/2014/12/11/macchina-non-ci-fara-commettere-errori-facebook/; ad una versione più specifica ed evoluta del correttore automatico per gli errori di ortografia e grammatica; a giochi e test culturali, logici, matematici (non del tipo: “Quale personaggio di Sex and the City sei?”, per intenderci), magari anche a premi, in modo da stimolare il loro completamento; perché no, a test d’ingresso e d’intelligenza per l’accesso a certi gruppi/aree del network; a lezioni online e possibilità di comprare e vendere cultura; ad aree con forum, sondaggi, interattività tra gli utenti, compresi progetti collettivi e multiculturali da realizzare in tutto il mondo. E poi, se il dramma Facebook è quello di essere così democratico, che lo sia fino in fondo: ogni post dovrebbe poter avere un rating, la possibilità di essere votato da qualunque utente da 1 a 5 o di segnalare che è inappropriato o errato, in modo da non vederlo più in caso di superamento di un tot di voti negativi. A questo punto, la mia diventa una lettera aperta, un richiamo alla coscienza del creatore di Facebook: Caro Zuckerberg, se anche a te inquieta l’idea che tra 50/100 anni saremo tutti dei coglioni, adesso tocca a te.

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5 commenti su “Zuckerberg, salvaci tu

  1. Francesco Gavini il said:

    La cosa che condivido di più è la parte sull’opinione. In fondo stiamo travisando la funzione di Facebook, non è altro che un album dove la gente scrive quello che fa e dove gli altri vanno a curiosare per capire cosa fa Tizio o Caio. La cosa divertente non è tanto il voyeurismo, come dici tu, ma l’esibizionismo. Il primo non potrebbe esistere su Facebook senza il secondo. Per concludere, essendo FB una vetrina di persone qualunque… che pensieri credi si possano trovare là dentro???

    • Valentina Moretti il said:

      Verissimo. Il tuo discorso non fa una grinza. Dal momento che però Facebook non è soltanto una vetrina di facce, cani e gatti e culi, ma una piattaforma dove scrive gente di tutto il mondo, che sta acquistando un’importanza sempre maggiore (basti pensare, nel mio caso, al fatto che grazie a social network come Facebook e Twitter faccio conoscere il mio blog, pur senza ricavarne alcun tornaconto economico) anche per trovare lavoro e avere relazioni sociali, il problema si fa più spinoso, e a mio avviso è doveroso prendere in considerazione l’idea di modificarlo in maniera responsabile, rendendolo più efficiente e alzandone il livello.

  2. Francesco Gavini il said:

    Aggiungo ancora una cosa: solo i coglioni pensano che chi li guarda su LinkedIn non vada anche su Facebook a vedere quanto sono, sotto sotto, coglioni! 🙂

  3. Maurizio Destro Benini il said:

    Sono d’accordo solo in parte : su facebook io non ho migliaia di amici ma meno di cento ed ho contatti frequenti forse con venti o trenta , contatti attinenti alla salute , all’ alimentazione vegan al rispetto per la vita , per gli esseri umani e per gli animali , alla politica nel senso migliore del termine anche se può sembrare che non esista più il che non è vero. E buona parte di queste persone non sono virtuali ma persone che conosco e frequento. Che l’ignoranza stia dilagando è verissimo ma non so se la colpa sia di facebook , può esserlo in parte ma la parte preponderante della responsabilità è della televisione a causa della quale le persone non leggono più. Si tratta come tutte le cose di usarle non di farsi usare. E’ ben chiaro che non è certo su facebook che potrò discutere sul grande inquisitore o se sarà la bellezza a salvare il mondo o sul perché dell’olocausto o di Macht und Masse…e nemmeno sulla Sonata 111 di Beethoven. Non è certo un mezzo di arricchimento spirituale , di questo non c’è alcun dubbio. Se poi sia possibile migliorarla , non so , ho i miei dubbi.
    Accennavo alla politica ed a quello che sta accadendo nel mondo e su facebook c’è anche per esempio Giulietto Chiesa uno dei pochi giornalisti degni di questo nome che con grande coraggio denuncia il tentativo degli stati uniti di trascinare la Russia e l’Europa in una terza guerra mondiale. Ma io Giulietto Chiesa lo conosco di persona e sono anche un sostenitore di pandoratv che guardo spesso per avere informazioni non dico vere in assoluto ma molto più vicine alla verità dalla quale i nostri media più diffusi sono lontani ormai anni luce….

  4. Maurizio Destro Benini il said:

    La contraddizione tra il mio sostegno concreto a pandoratv ed il fatto che io non abbia mai posseduto la tv è solo apparente. La tv come tutto e un mezzo ma il controllo sui media sappiamo bene chi lo possiede……..

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