Il volto della Russia

Si potrebbe descrivere il “volto della Russia”? Il suo è un viso spigoloso ma morbido, ampio e traslucido. Un viso dalle molte insenature e zone d’ombra. Ricco, rugoso e penetrante. Per comprendere un popolo e la sua anima, per prima cosa si passa dal volto, nel tentativo di penetrare attraverso gli occhi umidi e scovarne l’interno. Dunque, come già Platone descrisse a proposito di Socrate, paragonandolo ad un sileno di legno dall’aspetto buffo, che all’interno racchiude statue di divinità, tentiamo di sottoporre i volti russi ai raggi x e di rubare qualcosa alla loro profondità, attraverso la superficie- del resto, non c’è nulla di più profondo di essa, come disse Oscar Wilde.

L’esposizione permanente di ritratti лица России, “I volti della Russia“, al castello di Mikhailovskij a San Pietroburgo, offre una ricca gamma di volti bidimensionali, ma caratteristici. Sono del tutto simili a quelli occidentali, non fosse per quel taglio vagamente oblungo degli occhi, per quell’espressione tra il drammatico e l’imperturbabile. Nelle sale sontuose del palazzo si possono sfogliare i visi delle classi sociali del tempo, come in metropolitana. Le facce sfrecciano, gli occhi guardano e sono guardati. Si va dai mercanti, ai contadini, ai nobili, ai drammaturghi e compositori, fino agli zar, alla ricerca perduta di un “tratto comune” per inquadrare il volto esemplare. Va da sé che il volto del contadino a volte è più raffinato di quello del re, e quello della guardia più tagliente di quello di certi scienziati. Credo molto nella fisiognomica. Nel caso di certe persone può dar luogo a bizzarri contrasti alla Dorian Gray, ma di solito non mente: chi ha una faccia da scemo, difficilmente sarà un genio, perché è l’espressione ad animare un viso, che altrimenti sarebbe solo uno scheletro d’insenature ossee ricoperto d’una patina liscia che chiamiamo “pelle”. Solitamente, i dipinti in cui non c’è identità tra il personaggio raffigurato e il volto usato da modello incuriosiscono. Si scopre poi che il volto scelto per la Vergine era quello della sorella/madre/amante del pittore, e ciò aggiunge all’opera un ulteriore strato di indagine tra il simbolo e il modello. Se per realizzare il quadro di un Cristo che tanto amate fosse stato usato il volto di un assassino, potreste ancora guardarlo con lo stesso trasporto? In questa mostra la spaccatura non c’è: sono ritratti. I volti dovrebbero essere in rapporto di identità con il soggetto originale. Siamo di fronte ad un album di “fotografie ad olio” che ritraggono morti. Un cimitero di facce che furono di pelle, e ora sono di tela. Stando a Roland Barthes, la fotografia ha uno stretto legame con la morte, un velo perenne di malinconia. Il ritratto è la fotografia d’altri tempi, e, seppure il legame sia più forte con il realismo dell’obiettivo fotografico, io credo che in quei ritratti ci sia la stessa ombra della morte, del passato, come un tulle che li ricopre di irreversibilità. Eppure certi occhi sembrano brillare di vita, come se le cornee non fossero spennellate d’olio, ma di umor vitreo. Ad esempio, il ritratto di un governatore della Siberia orientale, ad opera di Makovskij, ha proprio quel guizzo negli occhi che lo rende animato- Makovskij, come Apelle, fa quasi venir voglia di parlare con il soggetto dipinto, di toccarlo. Ci sono una madre e una bambina, dagli occhi obliqui e chiari, le orecchie vagamente elfiche. Sono anonime, proprio come i passanti per le larghe vie di Mosca. C’è il ritratto di Gogol, dalla pettinatura a scodella, con il naso aquilino (a proposito di esso, si potrebbe dire, à la Magritte, che non è affatto un naso, ma piuttosto un simbolo, un racconto, un monumento!). C’è il ritratto di un vecchio che ride di Argunov, e quello degli occhi profondi ed espressivi, azzurri, di Ostrovskij, c’è la maestosità del volto arcigno e canuto di Turgenev, e lo sguardo intelligente e pensoso di un “Orlando Bloom” russo (in realtà famoso scrittore), c’è il volto ammiccante e paffuto della zarina Natalya Kirillova che ricorda l’attrice Kathy Bates, e il volto severo e glaciale di Ivan il Terribile. L’autore del ritratto è anonimo, ma che aspetto sinistro ha questo viso, quasi un Osama Bin Laden del nord!

Provo ad unire mentalmente tutti quei lineamenti per ottenere un’immagine unica, la somma delle loro linee. Per strada, cerco quei visi dall’incarnato diafano e rubizzo tra la gente, perché trovare somiglianze dà un inspiegabile piacere. A volte capita di imbattermi nei sosia viventi delle opere d’arte: una signora dai capelli bianchi, incipriata come un poroso murale; un’anziana custode del museo, che ha i goffi lineamenti della mestizia; il profilo duro di un pescatore dal naso a tubero, dagli oleosi arti bruniti, quello morbido di una ragazzina in un caffè, i lineamenti fini di tre signore al parco che usano parole forbite. La complessità dei volti sembra ricalcare le linee frastagliate ma curve delle cattedrali, dei bassi edifici affacciati sui canali, l’oro e i mosaici degli interni, il rigore di certi palazzi sovietici, la loro imponenza rigida. Incollando quei volti sui panorami circostanti, non ci sono stonature, al massimo struggenti contrasti, quasi come se il popolo russo assumesse la fisionomia e l’austerità dei suoi palazzi, o viceversa li avesse creati a sua immagine e somiglianza.

E tutto è muto, i volti dei passanti che sfrecciano e quelli fissi nei dipinti, la stabilità dei palazzi, il cemento delle strade. Tutto tace, perché prima ancora di parlare, tutto è. E se generalizzare non ha senso, e sarebbe ottuso accomunare la diversità, chissà perché è dalla notte dei tempi che non ci si può impedire di categorizzare, di cercare nelle cose il quid che conduca alla loro essenza. Una volta afferrata quella chimera, cosa accadrebbe? Nulla, ma non importa. E’per il puro piacere di arrivare, che si cammina. E’ per vedere la cima del monte, che ci si arrampica. E allora continuiamo ad avanzare, perché del nulla siamo i signori. Del nulla, del futile e dell’irresistibile. Scavando e mirando all’essenza, ecco che, a guardare bene quei visi, il volto della Russia prende pian piano forma. Ha la forma di pietra fredda, la durezza del ghiaccio. Atterrisce per l’eleganza della sua fermezza, scoraggia per i suoi spigoli tagliati a vivo. E’ trasparente come una gemma, profondo come le sue facce. Se vi guardate attraverso, come nell’ambra, scorgerete un insetto intrappolato, di quelli che fanno paura perché sono piccoli ma velenosi, disperati e bellissimi. Di quelli che forse non usciranno mai dall’involucro che li tiene prigionieri, ma che non di meno tramano. Sono i padroni di quella pietra, piccoli eppure enormi. Lo vedete, ora, il volto della Russia?

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