Un romanzo, un ritratto, uno sguardo

Roland Barthes sosteneva ci fosse un legame particolare tra fotografia e morte. Le fotografie, secondo il filosofo, sono immagini della morte perché evocano immediatamente ciò che non c’è o che non ci sarà più, rendendolo per sempre fermo, imbellettato: morto. Non a caso si dice “immortalare”: è rendere immortali, ma paradossalmente anche già morti. E i ritratti, invece? Anche i ritratti sono l’immagine della morte?

E’su questo aspetto e su altri interessanti temi quali il guardare ed essere guardati che verte il bellissimo romanzo “Il quadro vivente” dello scrittore olandese Willem Jan Otten, edizioni Iperborea. Raramente capita di leggere qualcosa di tanto bello ed equilibrato. Potrei definire il romanzo “garbato”: scritto in maniera pulita, curata e classica, con un’aria d’altri tempi, raffinato, elegante e mai tedioso, con le sue oneste 150 pagine si fa divorare, scorrendo con un ritmo incalzante ma dando spazio a riflessioni e spunti davvero profondi e interessanti. L’impostazione è decisamente originale: è narrato dal punto di vista di un supporto di tela bianco, acquistato da un ritrattista di nome Felix. Attraverso i singolari occhi fissi di un oggetto inanimato, il cui sguardo che dipende dalla sua posizione specifica nello studio del pittore, potremo cogliere soltanto certi aspetti di ciò che accade intorno ad esso, sufficienti tuttavia a narrare una storia accattivante. La tela è una sorta di “androide”: un essere non umano che, ascoltando i dialoghi degli uomini, cerca di comprendere il loro modo di essere.

Dopo l’acquisto, la tela sa che prima o poi verrà dipinta, ma ignora ancora la sua destinazione. Una volta che il pittore vi dipingerà un soggetto, ecco che la tela diverrà un tutt’uno con esso e sarà impossibile tornare indietro. E’ una situazione comune anche tra noi: nasciamo come una tela bianca in cui tutto può potenzialmente essere impresso, poi a un certo punto (impossibile dire quale) prendiamo una direzione che diviene definitiva, irreparabile. Non possiamo più essere puri come i bambini, non possiamo più poter essere perché, semplicemente, siamo, proprio come non è più possibile riportare una tela dipinta al bianco della grana originaria. Quel biancore è perduto per sempre.

Ebbene, il pittore Felix non sa ancora cosa dipingerà su quella tela tanto costosa, ma si chiarirà le idee quando un vecchio collezionista gli chiederà di ritrarre suo figlio morto e di farlo rivivere, magia che solo la pittura è in grado di realizzare- e qui notiamo la differenza con la fotografia: la prima resuscita i morti, la seconda rende morti i vivi. Inizialmente Felix è perplesso, perché ha eseguito soltanto ritratti dal vivo e su persone vive! Senza contare che il giovane è di colore, e lui finora ha solo dipinto persone bianche, dunque tutto ciò implicherebbe una ricerca minuziosa e difficoltosa del colore adatto per la pelle, con la possibilità di fallire nell’intento di riprodurlo esattamente… “perché la pittura è tutta una questione di pelle”, si può leggere. Infine, accetta il compito, preso dallo struggimento della storia drammatica dietro alla morte del figlio: il collezionista gli svela di aver adottato il ragazzino, di nome Singer, in Sierra Leone, ma che intorno ai 16, forse 18 anni egli morì tragicamente. Ben presto quel giovane diventa per Felix e per la sua fidanzata molto più che un soggetto da ritrarre: diviene il ricordo di un amico d’infanzia per Felix e il sogno di una nuova vita per la donna, che resta incinta proprio durante la realizzazione del quadro. Singer, così, viene caricato dalla coppia di una valenza simbolica peculiare, e Felix mette tutto se stesso per riuscire a cogliere la sua anima, il suo sguardo, che cerca di carpire dalle fotografie e dai video forniti dal collezionista, ma che sembra sfuggire.

Ne risulta un ritratto meraviglioso e potente, in cui il giovane ragazzo sembra davvero rivivere. La curiosità pervade la tela, che non può vedere cosa reca dipinto, ma solo sentire su di sé le pennellate, e che ignora il concetto di specchio. L’aspettativa delusa della tela che, una volta accolto il “dipinto definitivo” del pittore, attende d’essere ammirata e invece continua a restare nascosta nello studio di Felix, mette in luce un aspetto interessante: l’idea che l’unica conferma della nostra esistenza sia lo sguardo degli altri. “Si esiste solo quando si è visti“, è scritto nel libro. Mai come oggi un’affermazione del genere può essere presa sul serio.

Cosa accadrebbe se dipingeste qualcosa di tanto sublime, in cui avete messo estremo impegno e che avete caricato di pathos, assorbiti dalla romantica impresa di far rivivere un morto, e vi rovinassero l’idillio dicendovi che no, quel ragazzino non era affatto il figlio defunto del collezionista, anzi, nascondeva un segreto ben più torbido e basso? Non vi svelo il resto della storia. Mi interessa riflettere su quanto sia importante il contesto in un’opera d’arte, e ripropongo una domanda già fatta: se il modello di Cristo della Pietà fosse un assassino, guardereste con la stessa compassione quella scultura? Se sapeste cosa c’è dietro a un quadro, lo apprezzereste di più? Sembra proprio di sì, eppure, se volessimo valutarne la bellezza in maniera oggettiva, dovremmo essere spettatori inconsapevoli. Questo è il tema più affascinante del libro. Immaginarsi quel ragazzo e il suo mistero, lasciarsi cullare dalla sapienza delle parole che descrivono colori e forme sulla tela in una sinestesia leggera, indovinarne lo sguardo e i lineamenti, affezionarsi a lui e alla sua storia e infine piombare in una delusione inevitabile. Eppure, io credo, il lettore non capirà a pieno la delusione e la rabbia di Felix nell’apprendere la verità dietro al quadro. Eppure… nel figurarsi quel ragazzino così timido e sfuggente dall’anima resuscitata, immagine del tempo che non solo si ferma, ma torna indietro e ricomincia, non può che suscitare gioia e meraviglia, e allora per un attimo viene da pensare: ma che importa che non sia come l’abbiamo immaginato, che importa il sospetto che dietro a quelle foto ci sia qualcosa di spregevole, che importa che forse il giovane non sia davvero morto o non sia mai stato vivo, se è vivo adesso, se risplende in quella tela, se in fondo è stato creato nel momento in cui è stato dipinto e l’abbiamo amato assieme al suo creatore? Per amare occorre un po’ di ignoranza, un po’ di oblio. 

Concludo con un parallelo tra alcuni ritratti e il concetto di vita o di morte, cercando di seguire il leit motiv del romanzo. Non ho trovato niente di simile alla magia del dipinto di Singer che “brilla nel centro”, ma penso che questi ritratti russi del grande pittore Repin esprimano bene l’interessante gioco tra essere e divenire, staticità e corsa verso l’eterno. Ammiriamoli così, senza saper nulla riguardo ai soggetti ritratti, se si tratta di contadini, famosi scrittori, borghesi o che altro, seguendo l’idea che occorre non sapere nulla sull’opera d’arte per saperne tutto. Guardiamoli dritti negli occhi, da perfetti ignoranti, immaginando qualunque cosa al riguardo, attribuendo loro cariche inesistenti, vite rocambolesche oppure insignificanti. Guardiamoli come si guardano gli uomini, tutti uguali eppure unici, e proviamo a sentire cos’hanno da dirci.

Cominciamo con il giovane bielorusso. Espressione di vita, movimento e gioia, è immortalato nella sua essenza semplice. Sappiamo che ora è morto ma sembra ancora vivere:

belorus

In contrapposizione a questo, c’è il ritratto di un compositore, già menzionato in un altro articolo. Colpisce perché è stato ritratto poco prima di morire. Quella che gli vediamo dipinta sul volto è la morte che sta per sopraggiungere.

repin-musorgskyEgli è morto da vivo, è sospeso nello stato di: “sta per”.

E cosa starà aspettando quest’uomo in piedi? La morte? Lo scorrere del tempo? Un’occasione?

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Il concetto di rendere immortali da vivi domina invece questo genere di ritratti in posa, in cui ci si prepara l’immagine della lapide e ci si fa ritrarre con tutto il proprio corredo, gli oggetti significativi del proprio ambiente, che dovrebbero rispecchiare la propria essenza:

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Quest’uomo è ritratto già da vecchio, ma non è morente: è reso eterno dall’iconicità della posa.

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Questi ritratti invece appartengono ad un genere che unisce la fotografia alla pittura: le figure sembrano immortalate in un momento che sta per mutare, in un’istantanea. Sono colte in divenire e danno idea di vitalità. 57227289_Na_solnce57242917_Portret_T

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Un commento su “Un romanzo, un ritratto, uno sguardo

  1. Sergio Zucchi il said:

    Bellissimo articolo, scritto molto bene. Mi piace come hai descritto i dipinti, in modo semplice ma azzeccato. Mi hai fatto venire voglia di leggere il romanzo. Complimenti a te e al tuo raffinato blog, una perla rara in mezzo a blog che parlano solo di moda, cucina, di niente.

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