Un teatro nel nulla: Amargosa, un lucido miraggio

Secondo voi che cosa ci fa un teatro nel deserto? Niente, è semplice. L’apoteosi dell’assurdo, degna di una commedia di Samuel Beckett, è realtà. Avrei vissuto tutta la mia vita senza sapere che dove inizia la Death Valley, in California, c’è un’opera house, e invece mi è capitato, per puro caso, di sbatterci la testa contro (grazie all’intuito geniale del mio ljubimij sputnik, compagno di viaggio).

La “Valle della Morte” non ha questo nome per caso: è una silenziosa ed inquietante zona desertica, ricca di rocce, sale, zolfo, dune, depressioni e canyon, dove la temperatura, nelle conche che vanno sotto al livello del mare, raggiunge anche i cinquanta gradi. Ad una tale signorina di nome Marta Becket (straordinaria la quasi omonimia con il drammaturgo irlandese), originaria di New York, venne la bizzarra idea, nel 1967, di trasformare un edificio in stile coloniale, all’incrocio tra l’inizio della Death Valley e la strada statale 127, in un teatro. La Becket lo ribattezzò Amargosa Opera House, ed è composto di una pensione di muratura bianca a un solo piano e adiacente caffè- ristorante (dove, peraltro, fanno dei pies deliziosi). Marta ristrutturò il teatro, occupandosi personalmente di creare i costumi di scena e adornare le pareti del casolare con murali da lei dipinti (con tutto il rispetto per la Becket, di dubbio valore artistico). Negli anni Settanta venne scoperta dal National Geographic esibirsi sul palco senza un pubblico; fu allora che la aiutarono a trovarlo, e cominciarono le vere esibizioni, durate fino al febbraio 2012, data dell’ultimo spettacolo di Marta.

Tutto questo ha un che di incredibile. Da un lato sembra di trovarsi di fronte al teatro dell’assurdo di Beckett (e di fatti è così, anche nel nome): ci si immaginano pièce nel bel mezzo del deserto, senza pubblico, con dialoghi insensati. D’altro canto, il teatro ha ospitato pièce tutt’altro che assurde, non perdendo la sua connotazione di ossimoro. Cinicamente, viene da chiedersi: a questa Marta, che in gioventù si esibiva a Brodway, che diavolo è venuto in mente di aprire un teatro in mezzo al nulla? Sembra il Vip Cafe di Donetsk, un piccolo bar che era perennemente vuoto, dal proprietario con l’occhio leggermente strabico, che all’ingresso recava il cartello: cercasi cameriera. Esattamente come aspettare Godot.

Dopo di che, qualcosa si impossessa di chi lo visita. Forse, gli spiriti dei passanti che vi hanno pernottato, mai più tornati a casa. Si sa che gli alberghi, quando sono lugubri, lo sono in una maniera che non ha paragoni. Sembra davvero di trovarsi nella canzone degli Eagles, “on a dark desert highway“, “welcome to the hotel California“, dove “you can check out any time you like, but you can never leave“. E’ la location ideale per un film dell’orrore. Moquette alta e verdognola, umidiccia e stantia, camere spoglie, muri con figure circensi stilizzate come negli ospedali dei bambini, un’aria di vecchio e di chiuso, sala da pranzo scricchiolante, un museo impolverato delle gesta della Beckett e il vecchio proprietario che alle 8 di sera chiude la baracca (letteralmente, pianta un lucchetto in mezzo alle inferriate della “consierge” e probabilmente si inabissa in una bara sulla statale 127, da cui risorge ogni mattina all’alba).

Odierai nel più profondo quella camera, dove il copriletto di flanella è ingiallito e il condizionatore fa più rumore di un elicottero. Penserai al suicidio, ma ad un tratto qualcosa si dischiuderà alla tua vista. Immaginerai Marta Becket protagonista di un’infinità di congetture e immagini. Te la figurerai, come in un racconto di Gorkij, declamare monologhi con la voce profonda, sola in un teatro dalle sedie vuote, circondata da abiti di velluto, avvolta nel trucco di scena e nei quaranta gradi secchi della valle. Ti sembrerà di scorgerla, allegoria dell’attesa, ad aspettare qualcosa che lei stessa ignora. La vedrai seduta alla toeletta, ancora giovane, pettinarsi svogliatamente i capelli, amata da un signore che ora ha più di ottant’anni, come lei, e che magari ai tempi sovvenzionava i suoi spettacoli e si prendeva cura dell’hotel, solo per vederla sorridere sul quel palco. Un uomo che forse non le ha mai confessato il suo amore, perché di certe domande si sa già la risposta. Percorri i corridoi dalla luce gialla e spiovente, dai muri scrostati, osservi gli articoli di giornale color cenere appesi alle pareti e immagini quell’albergo vivere di un solo amore: quello di Marta per se stessa e per un progetto insolente, per un’idea insensata e decadente, vanitosa e svagata come lo sono quasi tutte le vite.

Poi, “esci a riveder le stelle“. Ti allontani per la strada senza illuminazione, guardi in alto e ti sembra di sentire il rumore del loro bagliore. Allora ti accorgi che quell’ammasso di pietra bianca, gettato in mezzo all’arsura piana del paesaggio desertico, è sormontato da una gettata di stelle che mai hai veduto tutte insieme lampeggiare con quell’ostinazione, paiono biglie luminose incollate ad una carta da parati nera. La via lattea è talmente nitida, nella sua nebbia opaca, che pare uno striscione trainato da un aeroplano.

Capisci che se nessuno ha mai scritto niente di poetico su Amargosa Opera House, almeno tu ci dovevi tentare. Quelle parole ricadranno nel nulla e nel deserto, e riecheggeranno tra l’eco muto degli astri, fino a divenire un miraggio, fino a non avere più alcun senso, come non ne ha quel teatro.

La mia vita, la mia vita, ora ne parlo come d’una cosa finita, ora come d’una burla che dura ancora, e ho torto, perché è finita e perdura insieme, ma con quale tempo del verbo esprimerlo? (S.Beckett)

Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire. (Pausa). I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio. (Pausa). Non possono più punirmi. (Pausa). Me ne vado nella mia cucina, tre metri per tre metri, ad aspettare che mi faccia un fischio. (Pausa). Sono dimensioni ideali, mi appoggerò alla tavola, guarderò il muro, aspettando che mi faccia un fischio. (S.Beckett)IMG_5316

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