Tarkovskij allo specchio

Dal 29 settembre al 3 ottobre a Milano, al cinema Apollo in Galleria de Cristoforis, c’è il Festival del cinema russo. Si tratta di un’iniziativa culturale gratuita che, oltre a proiettare alcuni film della casa cinematografica Mosfilm, in occasione del suo novantesimo anniversario, ospiterà la mostra dei disegni di Ejsenstejn. La scelta dei film (2 al giorno a partire dalle 19.30) consiste in una pellicola contemporanea contrapposta ad un capolavoro classico di maestri come Tarkovskij, Kurosava, Shepitko.

 L’altro ieri hanno proiettato Зеркало, “Lo specchio”, di Andrey Tarkovskij, del 1974. Avevo sentito parlare tanto di questo regista ma non mi ero ancora imbattuta in una sua opera. “Lo specchio” non è di certo uno di quei film da vedere alla leggera, mangiando pop-corn e rispondendo alle email, sebbene in fondo sia un’opera che narra la modalità in cui ricordiamo- del tutto illogica eppure rivelatrice, per dirla alla Proust. Si tratta di una sapiente sovrapposizione di ricordi del protagonista Aleksey, ricca di metafore, simboli, sogni e scelte estetiche che vanno colte nella loro profondità e pluralità di possibili interpretazioni. Si dice sia il film più autobiografico di Tarkovskij, e ciò è evidente anche per la presenza della famiglia del regista all’interno del film: la madre del regista, Maria Tarkovskaja, compare alla fine, mentre le poesie del padre, Arsenij Tarkovskij, vengono lette da lui stesso durante il film). “Lo specchio” è proprio un gioco di specchi e di rimandi, un onirico flusso di pensieri intrecciati, di ricordi d’infanzia e di vita, talmente connessi tra loro- sbiaditi eppur nitidi- da compenetrarsi e fondersi.  E’ un film materico, seppur strutturato in maniera non convenzionale e irrazionale, in cui le gocce d’acqua e il suono dei capelli bagnati nella tinozza, il fuoco che scalda e che brucia il legno, le braci, il vento che muove gli arbusti, hanno la stessa pregnanza della non-trama e dei dialoghi dei protagonisti. Su tutto, colpiscono le magnifiche musiche di Bach e Henry Purcell, e la recitazione degli splendidi versi di Arsenij Tarkovskij. Curioso il fatto che Aleksey, l’Io-pensante, non sia mai inquadrato; se ne vedono le mani, il corpo sul letto di morte, per il resto è solo una voce che osserva e pensa, oppure è un bambino nei suoi ricordi- come se chi si guarda allo specchio non riesca a vedere il suo volto riflesso, ma un insieme di passato e presente, di persone e dialoghi, di sensazioni e momenti che nel loro insieme caotico compongono l’Io, e insieme lo frammentano, lo disperdono in questa sequenza non cronologica, non logica. Dunque, per cogliere chi siamo non basta guardare la nostra immagine allo specchio. Occorre uscire da se stessi, lasciar danzare l’anima che “vola attraverso la cornea nel pozzo del cielo, sulla ruota di ghiaccio, sulle ali di un uccello, e si sente fra le sbarre della sua viva prigione il sussurro dei boschi e dei campi, il rombo di sette mari”. L’interpretazione dell’attrice Margarita Terekhova, nel ruolo sia della madre di Aleksey, che della ex moglie Natal’ya, è molto intensa. Ugualmente, lo stesso attore interpreta sia Aleksey bambino che il figlio di Aleksey e Natal’ya, Ignat. La scelta di usare gli stessi attori per ruoli diversi, ovviamente, non è casuale: c’è identità tra madre e moglie, tra l’Io e suo figlio. Siamo i nostri figli, scegliamo le mogli guardando alle madri. Perpetriamo ossessivamente il nostro Io nelle cose, nelle persone, nel disperato tentativo di sfuggire alla mortalità. I versi di Tarkovskij a proposito dell’immortalità, non a caso letti mentre scorrono immagini di guerra, celebrano questo pensiero che va contro ogni scetticismo e pessimismo: “non credo nei presentimenti, non temo i presagi, non fuggo la calunnia né il veleno. Al mondo non c’è la morte, siamo tutti immortali, tutto è immortale. Non si deve temere la morte a 17 anni né a 70. C’è solo realtà e luce, non c’è ombra né morte a questo mondo”. La morte è apparenza perché il mondo vive negli oggetti che si tramandano, nella sicurezza della casa, un ventre materno che ospita generazioni. “Vivete nella casa- e la casa non crollerà. Chiamerò un secolo qualunque, entrerò in esso e costruirò una casa. Ecco perché con me i vostri bambini e le vostre mogli saranno alla stessa tavola- il tavolo è lo stesso per avo e nipote. Si compie ora il futuro, e se alzo una mano, i suoi cinque raggi rimarranno a voi”.

Inizialmente, questa identità mi sbigottiva. Qualcosa nel mio cervello, troppo abituato alla razionalità, alla banalità o alla fantascienza, non riusciva a capacitarsi dell’utilizzo degli stessi attori per ruoli diversi, lo rigettava. Si sforzava di trovare un’altra spiegazione razionale, finendo per fare balzi nel surrealismo più ardito. Perché chi si sforza di esser troppo razionale, finisce per sgomitare tra la fede e la follia. Non c’è spiegazione al ricordo, all’arte. Se spieghiamo un’opera d’arte, cesserà di esserlo: diverrà un trattato, un sillogismo. L’arte dev’essere avvolta, non dispiegata; deve avere un che di criptico, che sfugge alle convenzioni della logica e vaga tra l’individualità dell’artista, le sue emozioni e il messaggio che lo spettatore recepisce in maniera altrettanto soggettiva. Eppure in Tarkovskij si intravedono “regole”dell’irrazionale, non c’è caos completo: le immagini dei ricordi sono in bianco e nero o a colori, a seconda che si parli dell’epoca della moglie o della madre di Aleksey; il fatto che gli stessi attori recitino personaggi diversi veicola un preciso intento. Le regole create da Tarkovskij sono dunque regole altre, che slittano in un mondo parallelo, dell’irrazionalità. Il luogo dove “sogno un’anima diversa, in una veste diversa, che arde, passando dal timore alla speranza, con il fuoco, come un liquore, senza ombra, che vaga per la terra, lasciando in ricordo, sul tavolo, un rametto di lillà”. Regole che il nostro cervello, sempre alla ricerca di definizione, unificazione e consequenzialità, si sforzerà inutilmente di trovare e catalogare, ma per quanto gli esegeti possano cogliere intenti e messaggi nei giochi di specchi di Tarkovskij, molto di quei riflessi rimarrà incastrato nella pellicola, nascosto tra le sgranature ai lati dello schermo tipiche dei film vecchi, tra le travi di legno della dacia d’infanzia, o nel “catino, la brocca, quando stava fra noi come una sentinella l’acqua a strati, dura” e “ il cielo si spalancava ai nostri occhi, quando il destino ci seguiva come un folle con il rasoio in mano”.

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