Sulla Transiberiana con Rosa Liksom

La Russia vista dai russi è un conto, ma vista dagli stranieri assume connotati peculiari. La magia che il mondo russo può esercitare agli occhi di chi non è originario del luogo non può essere trovata in nessuno scrittore russo, al di là del forte patriottismo che li contraddistingue. Non so perché riusciamo ad esserne tanto ammaliati. Come recentemente ho sentito dire, sarà perché non sappiamo bene cosa aspettarci da lei: non è oriente ma non è occidente. Non è un mondo uguale al nostro, eppure non è neanche del tutto diverso, come l’Asia.

Un romanzo che esprime molto bene questo punto di vista è quello della scrittrice finlandese Rosa Liksom, “Scompartimento N 6“, edito da Iperborea. Quasi completamente ambientato in treno, narra del famoso e affascinante viaggio sulla Transiberiana, da Mosca a Ulan Bator, visto con gli occhi di una taciturna e ingenua ragazzina finlandese, capitata nello scompartimento con un uomo russo che ha tutti i cliché: rozzo, razzista, greve, alcolista, senza peli sulla lingua, molto loquace. Quello cui si assiste nel romanzo non è dunque un vero e proprio dialogo, ma una forma innovativa di conversazione: gli sproloqui, i commenti, gli sfoghi del russo fanno da contrappunto al pacato silenzio di lei, ai suoi ovattati pensieri che corrono a Mosca, dove ha lasciato un ragazzo problematico e sua madre. In questo modo entrambi i personaggi hanno uguale pregnanza e si alternano in un contrappunto con il terzo vero protagonista della narrazione: il paesaggio russo. La Liksom regala un’immagine molto suggestiva dei paesaggi monotoni della tundra e delle città sovietiche che scorrono dal treno, accentuati da uno stile secco ma poetico che fa delle ripetizioni e dell’analogia tra le parole e lo scorrimento delle immagini il suo tratto distintivo. Bellissima la frase ricorrente: “Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria gli alberi, le nuvole, il vento, le città, i villaggi, gli uomini e i pensieri”.

La Russia di Rosa è quella sovietica vicina al crollo, al grande cambiamento della fine dell’URSS. E’ la Russia che solo uno straniero può cogliere così acutamente e dettagliatamente: piena di contraddizioni, dolce e greve, cruda e ricca, spoglia e carica di storia, drammatica e leggera, conservatrice e moderna. Attraverso la dinamica del viaggio interiore ed esteriore, nella Russia di Rosa dove si accatastano elementi diametralmente opposti e apparentemente incompatibili, proprio come i caratteri e gli atteggiamenti dei due protagonisti. E’l’elenco dell’abbondanza e insieme della penuria, di cose vive e cose morte, cose abbandonate e cose in uso, vecchie e nuove, di parole non dette, pensieri appena sfiorati, ferite ancora aperte eppure lontane, nel tempo e nello spazio. Questo sapiente chiaro scuro dove le parole si ammassano, così come gli elementi del paesaggio, dove tutto scorre via, rapido come il rapido, non lascia nemmeno il tempo per decidere, per piangere, per capire, eppure dice molto più di quanto non direbbe se articolasse le frasi e si dilungasse in particolareggiate descrizioni esplicative.

Hanno definito il romanzo chekhoviano per l’omaggio nel titolo, ma non ritengo sia particolarmente azzeccato. Di Chekhov condivide l’attenzione all’introspezione e alle descrizioni delle sensazioni e dei paesaggi più che quella verso il plot. Per il resto, si tratta di un’opera a sé, che riesce meravigliosamente a comunicare il carattere della Russia degli anni ’80, di cui sono rimaste ancora tracce; lo si può cercare tra le città siberiane dove troneggia un’enorme testa di Lenin, nei piccoli bar semi spogli, dai centrotavola kitsch e dalle torte stantie, nel ghiaccio che immobilizza tutto e lo rende limpido, cristallino e morto, nell’immensa vastità delle steppe russe che tanto fa pensare alla crudeltà del ciclo della vita. Consiglio di salire a fare un viaggio sulla Transiberiana con Rosa. Ne rimarrete senz’altro colpiti.

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