Suggestioni dal Turkmenistan

Un posto singolare come Ashgabat, la capitale del Turkmenistan, non può lasciare indifferente. Mi capitò di soggiornarvi per due mesi per lavoro nel 2011, e fu un’esperienza che, nel bene e nel male, mi colpì al punto che scelsi questo luogo come ambientazione del mio romanzo d’esordio, “Polvere nel ventricolo destro”.
Ad Ashgabat ciò che colpisce è innanzitutto l’assoluta mancanza di un centro in cui passeggiare; non si deve concepirla come una città nel modo classico in cui noi occidentali la si intende. Ashgabat è un agglomerato di palazzi nuovi e bianchi in mezzo al deserto, al nulla. I palazzi sono vuoti, hanno un’aria finta, uno stile moderno ma con influenze ancora sovietiche e insieme orientali. Il centro della città è l’area presidenziale chiusa al passaggio, inaccessibile.
Il Presidente è venerato come una sorta di Dio terreno, perciò le sue immagini troneggiano ovunque, ma non è possibile rapirle e diffonderle: ricordo che oscurarono il Facebook turkmeno per un paio di giorni, poiché uno di noi italiani aveva pubblicato un’immagine del Presidente sul social network. In compenso si è bombardati di opuscoli e interi libri in cui il Presidente è ritratto, proprio come ai tempi del fascismo lo era il Duce, impegnato nelle gesta eroiche più disparate: a cavallo nel deserto, persino tra le corsie degli ospedali, a fingere di interpretare una radiografia di un paziente- il risultato è oltremodo buffo e patetico, anche perché le immagini sono fotomontaggi di pessima realizzazione grafica. Quando il Presidente- cui è dedicata una statua d’oro nello sfarzoso e quasi sempre inaccessibile centro- passa per la città, essa si blocca completamente; le strade vengono chiuse, il traffico si ferma e i trasporti divengono inagibili.
Per il resto, ad Ashgabat c’è una vita, per il turista, assai poco movimentata: pochissimi ristoranti, centri commerciali e luoghi di ristoro; strade dissestate e continui cantieri; rigidissime restrizioni per quanto riguarda gli stranieri in visita: per tutti, il coprifuoco delle ore 23, oltre le quali non è possibile passeggiare a piedi per la città; ottenere il Visto per l’immigrazione è complicatissimo, e vi toccherà fare una coda di 3 ore minimo in aeroporto per entrare nel Paese; bisogna fare molta attenzione a relazionarsi con le donne del luogo, poiché è vietato che uno straniero passi la notte con loro nel suo appartamento; persino gli schiamazzi nelle case sono rigidamente vietati. Al minimo rumore, la polizia verrà a casa vostra a chiedervi di chiudere le finestre- per legge non possono essere tenute aperte per non disturbare, dicono. La polizia naturalmente trae enorme giovamento economico dalle diverse incursioni negli appartamenti dei turisti, dai controlli per strada o in macchina, poiché l’unico modo per allontanarla senza grane è quella di allungare loro un po’ di manat (moneta locale).
Parlando con i turkmeni, si coglie la loro gentilezza, la loro volontà di fuggire da un Paese così restrittivo, ma allo stesso tempo una docilità che non permette loro neppure di concepire gruppi di dissidenti, un’opposizione organizzata: sono impossibilitati a contestare questa ossimorica “dittatura pacifica”, in primo luogo dal sistema stesso, in secondo luogo dalla loro povertà, in terzo luogo dalla loro rassegnazione. Appaiono persino, per la maggior parte, entusiasti del Presidente e del prestigio che dona alla città. Ma il popolo è lontano dagli sfarzi e dal nepotismo della “casta” presidenziale, e vive nei sobborghi ad ore di autobus dal centro, vive in case popolari fatiscenti, aspetta e sogna i matrimoni per potersi abbuffare; il popolo vive cucendo abiti tradizionali, trapanando e appaltando le strade sotto il sole cocente, protetti da stracci bianchi sul viso per non respirare la polvere. Polvere che ovatta e abbraccia tutta la città, in un turbine di sabbia e di detriti bianchi degli scavi. Spuntano strani palazzi bianchi, un termometro gigante in mezzo al nulla, una nuova banca con l’effigie del Presidente, e tutti questi luoghi restano vuoti.
L’unico luogo che si riempie del calore degli abitanti è il gran bazar che sta ad una trentina di minuti in macchina dal centro, ma non si pensi al classico bazar in stile turco, orientaleggiante e variopinto; quello turkmeno è simile ad una grossa fiera, ad un outlet nel deserto, con merce di ogni tipo e per lo più stoffe o abbigliamento di bassissima qualità.
Eppure Ashgabat, proprio in questa sua vuotezza, insensatezza e diversità, mi ha parlato. Sono andata a cercare la sua anima tra la polvere e tra le buche del terreno. L’ho setacciata tra i granelli di sabbia, e l’ho scorta negli occhi dei vecchi mullah con il colbacco, nei denti d’oro delle donne con il loro chador colorato, nei loro occhi a mandorla. La sua anima è nascosta, ma esiste e pulsa. La sua anima ha tanto da raccontare; occorre soltanto respirare la sua polvere e farla entrare dentro di noi.

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