“Spasibo” di Monteleone: l’identità del popolo ceceno in bianco e nero

Molto bella la mostra fotografica “SPASIBO” sull’identità cecena, del fotografo Davide Monteleone. Si può visitare gratuitamente fino al 21 giugno nella chiesa sconsacrata “Studio Museo Francesco Messina” (metro Missori).

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Le fotografie sono tutte in bianco e nero, con magistrali giochi di chiaro-scuro che le rendono accostabili a quadri di Rembrandt. Ogni fotografia è estremamente curata, presentata nella sua unicità e nel suo valore non solo simbolico ma soprattutto estetico. Il fatto che siano numericamente poche, può inizialmente deludere, ma a mio avviso conferisce ancora più valore ad ogni opera.

L’obiettivo del fotografo è quello di mostrare, attraverso le immagini, l’essenza del popolo ceceno, la loro identità che sembra andata perduta, schiacciata sotto il dominio politico ed economico della Russia. Vi furono tre momenti in cui la Russia tentò di conquistare la Cecenia e di sopprimere l’identità del popolo: nell’800, quando i montanari del Caucaso si ribellarono allo zar russo che intendeva annettere i loro territori (e la Russia ebbe la meglio); durante il dominio di Stalin, quando nel ’44 fece deportare in massa i ceceni in Siberia e in Asia centrale, con la falsa accusa di collaborazione con i nazisti; infine, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la battaglia per l’identità cecena riprende vigore, alla guida del separatista Dudaev. Cominciano le guerre tra Russia e Cecenia, e nel 2000 Grozny è rasa al suolo da Putin. Sembrerebbe dunque che la Russia abbia avuto la meglio nella lotta. In realtà il problema è molto più complesso, perché se è vero che la Russia ancora oggi esercita un’influenza determinante sulla Cecenia (basti pensare all’amicizia tra Putin e l’attuale dittatore ceceno al potere, Kadyrov), di fatto l’assetto politico del territorio è quello di una repubblica indipendente federata alla Russia, con un’autonomia impensabile per altre repubbliche circostanti. In Cecenia si parla ceceno (anche se ovunque vi sono tracce della lingua russa, scritte in russo) l’Islam viene promulgato con fierezza, si ballano danze tradizionali. Il petrolio è rimasto ai russi. L’ordine e la sicurezza oggi sono garantiti dai modi autoritari di Kadyrov e dal suo regime repressivo. La stampa europea più volte lo accusò di omicidi e altri crimini contro l’umanità, spalleggiato dal suo esercito di polizia. Molti sono gli assassini avvenuti in Cecenia e più o meno insabbiati, come quello, celebre, della giornalista Anna Politovskaya.

Nella mostra fotografica Monteleone sembra non prendere una posizione determinante. Si limita a mostrare come l’identità cecena non sia stata sepolta dai russi. In ogni immagine emergono le caratteristiche del popolo: dall’abbigliamento, alle tradizioni (come il matrimonio), alle moschee. Alcune immagini sono simboliche: gli uomini ceceni disposti su un tappeto, circondati dai monti, stanno forse a significare la possibilità di una rinascita, la graduale riappropriazione del proprio mondo da parte dei ceceni, partendo dall’appoggiare sulla terra un manufatto tipico della loro cultura: il tappeto.

Alcune immagini sono davvero splendide, innanzitutto le fotografie panoramiche del territorio caucasico di monti, laghi, gole. Mi ha colpito molto la fotografia della sposa sull’autobus, dall’aura quasi mistica, spettrale; un viso lievemente impaurito e triste, ma non rassegnato o penoso. Si intravede la bellezza della ragazza e la sua espressione anche attraverso il velo. Anche l’uomo mutilato è rappresentato seduto sul divano di casa sua, con un’aria ferma e calma, che non suscita pietà. Bellissimi l’uomo e la donna in abiti tradizionali e posa da ritratto (qui l’analogia con la pittura è evidente), e il gruppo di uomini illuminati come da un farsetto solo nella parte superiore della foto, lasciando il resto in un buio ricco, un nero denso di bellezza. I ceceni vengono mostrati anche durante una tipica festa in un locale, fatta di danze e di cibo abbondante. Nell’immagine le donne vestono in maniera casual e moderna (con tacchi a spillo e abiti da discoteca) ma con un piccolo velo in testa, a sottolineare la commistione tra oriente e occidente, tra Russia, Europa ed Islam, tipica dei popoli del caucaso, con le loro affascinanti contraddizioni.

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Monteleone ci mostra dunque che, nonostante gli esili, le guerre devastanti, le deportazioni, il popolo ceceno non ha perso la sua essenza e le sue tradizioni culturali, e che faticosamente dalle macerie delle case, dei palazzi e della repressione, sta ricostruendo la sua identità, pezzo per pezzo (di pietra), goccia per goccia (di specchio d’acqua), filo dopo filo (di tappeto).

Il titolo della mostra è diretto ma curioso, “Spasibo”. Non saprei dire perché sia stato scelto, bisognerebbe chiedere all’autore. Forse per la sua immediatezza? Forse il “grazie” in russo è ironico, ad intendere grazie ai russi e all’autonomia che hanno “gentilmente” concesso ai ceceni? “Spasibo” potremmo dirlo noi a Monteleone, perché dai suoi viaggi in Cecenia ci ha regalato delle immagini davvero belle.

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