Come si vive a Donetsk

La guerra nel Donbass, in Ucraina orientale, è iniziata ormai da quasi 3 anni. Dopo i primi tumulti a piazza Maidan di Kiev e la successiva reazione dei separatisti del Donbass, ai sanguinosi conflitti che si sono succeduti per mesi (il picco massimo tra l’agosto e l’ottobre 2014), è subentrata ora una situazione che i media descrivono come uno stallo. In realtà, però, la guerra è tutt’altro che terminata e l’esercito di Kiev e i separatisti della neo nata Repubblica Popolare di Donetsk Донецкая Надродная Республика (repubblica auto-proclamatasi indipendente nell’aprile 2014, che non è riconosciuta dall’Ucraina e da nessun Paese, eccetto dall’Ossezia del Sud e dall’analoga Repubblica Popolare di Lugansk) continuano a tirarsi granate a vicenda. Proprio nel territorio del Donbass, sulle città di Donetsk, Lugansk e nei dintorni.
Ma com’è oggi Donetsk, cittadina che contava un milione di abitanti nel 2014, per lo più di origine russa, capitale commerciale dell’Ucraina per la presenza di carbone e materie prime? Come si vive in una città semi-distrutta dalla guerra, ancora sotto le bombe?
Ho raccolto e tradotto alcune testimonianze tramite articoli russi e ucraini, rilasciate da parte persone che ci vivono.
Le interviste spesso vengono rilasciate anonimamente, perché molti hanno paura di perdere la pensione o sussidio che ricevono nel territorio occupato o da entrambe le parti dei confini provvisori. Si potrebbe essere tacciati di collaborazione con il nemico.

Cosa dicono gli abitanti?

La situazione attuale è stabile, la città è viva, relativamente pulita, stanno ricostruendo piano piano le strade. Certo, a girarci appare più vuota di prima della guerra, ma non si può dire che non ci sia movimento. Il problema è che bombardano quartieri (non nel centro) come Kievskij, Petrovskij, Oktyabrskij. Lì non si può parlare di vita, ma di sopravvivenza.
Nelle scuole continuano a parlare nella lingua che si parlava prima della guerra- russo o ucraino, indifferentemente. Si studia però di più la storia internazionale e meno quella dell’Ucraina. Il problema è che ci sono bambini che sono emigrati per la guerra finendo le medie in Russia, finendo così per avere diplomi russi ma passaporti ucraini, il che risulta inutile in ogni luogo. Stessa cosa per i passaporti: quelli russi nel Donbass non li emette nessuno, e con quello nuovo della DNR, ДНР (Repubblica Popolare di Donetsk) non puoi andare né in Russia, né in Ucraina. Stessa cosa per le targhe delle macchine della DNR, che vanno sostituite con quelle ucraine per andare sia in Russia che in Ucraina!
La popolazione è in netto calo, si contano circa 500.000 abitanti, le nascite sono diminuite di oltre il 60%. Il sistema sanitario funziona a livello sufficiente, gli ospedali lavorano grazie ad aiuto umanitario russo, molti restano chiusi intorno a Donetsk perché si trovano in zone belliche. I soldati ricevono cure gratuitamente, tutti gli altri pagano. Le medicine si riescono a trovare nelle farmacie, ma solo se parliamo di farmaci non ucraini.
Le macchine e i trasporti circolano, ci sono tanti trasporti privati e meno pubblici, ma il problema è la benzina: a volte sparisce per settimane, non si trova in nessun distributore.
I negozi, i bar e ristoranti sono in funzione. Certo, molti hanno chiuso, ma altri nuovi aprono (come Burger Bar e Red Cups sulla Puskina, il ristorante Claude Monet, e il fast food Don-Mac sulla falsariga del Mac Donald’s), altri vecchi sono sopravvissuti (come la pizzeria Celentano). Nei supermarket si trovano prodotti locali russi, ucraini (diminuiti del 50% rispetto a prima), bielorussi, quelli preferiti che c’erano prima vengono trasportati illegalmente assieme a droghe, dando mazzette per chiudere un occhio, quindi costano di più. Il problema è che c’è un blocco, come a Leningrado in guerra. I prezzi dei prodotti in generale sono aumentati di 2-3 volte (soprattutto carne, frutta e verdura), ma gli stipendi sono rimasti quelli di prima. Piccolo problema!
Fino ad aprile c’erano le grivne, ora i rubli, e da maggio hanno cominciato a pagare anche in dollari per la sanità. Questo è un problema non indifferente, perché se nel 2014 i lavoratori delle industrie di Donetsk prendevano 5000 grivne al mese, oggi prendono 5000 rubli, che secondo il cambio sono pari a 2000 grivne! In più mancano le carte di credito, quindi ci sono enormi code in banca.
Trovare lavoro, come si può intuire, non è semplice. Si trova solo se sei infermiere o insegnante (i medici e chirurghi sono gli unici che ricevono stipendi alti, anche più di prima).
Internet c’è, così come il Wi-fi è gratis nei luoghi pubblici, ci sono 5 canali locali e solo 2 reti telefoniche russe, in più ne promettono una nuova, Fenix. Si può ricaricare il cellulare solo via Internet perché tutte le macchinette di ricarica sono chiuse.
Molte aziende hanno chiuso, alcune sono ostacolate dall’Ucraina e vengono bombardate.
L’esercito è disciplinato, ci sono molti soldati, ma nessuno ne ha paura, sono ormai diventati parte della vita quotidiana. Non c’è nessun’armata russa, o meglio, non è facile capirlo, come distinguere i soldati russi da quelli non? Molti soldati infatti portano la bandiera russa, vengono da molti paesi, parlano in svariate lingue.
I rapporti con l’Ucraina, come presumibile, sono pessimi. C’è un blocco finanziario ed economico da essa sostenuto, vengono bloccate le strade, insomma, il governo di Kiev fa di tutto perché quello di Donetsk non lo sopporti. Qui la situazione non sembra né di rapida, né di facile soluzione: ormai gli abitanti di Donetsk che hanno capito che la Russia non li prenderà con sé non possono però più guardare indietro all’Ucraina, perché i rapporti sono troppo deteriorati, né essere felici di vivere in una repubblica autonoma che da sola fa molta fatica. Per lo più, dunque, vige un clima di rassegnazione allo status quo.
“Viviamo come vivono tutti, soltanto che siamo sotto le granate”.
“Basta dire che vieni da Donetsk, e improvvisamente i rapporti che la gente ha con te cambiano. Mi hanno persino negato assistenza ospedaliera in un’altra città ucraina vedendo il mio documento di Donetsk, dandomi della separatista”.
Ma la frase che gli abitanti ripetono più frequentemente è: “Se non ci fossero bombardamenti, andrebbe tutto bene”. Già, come se fosse facile e come se fosse poco! Eppure moltissimi sono rimasti nella loro città e hanno continuato a vivere, cercando di farlo come prima. Perché dunque molti non emigrano, non vanno altrove?
“Questa è la mia vita, la mia casa. Altrove non ho lavoro, non ho dove vivere: non me ne andrei mai da qui”, spiegano in molti.
E lentamente, silenziosamente, Donetsk si tira in piedi, rinasce a poco a poco, tira avanti, come si suol dire; con difficoltà, è chiaro, ma purtroppo anche il terrore, l’orrore, il fragore delle bombe, a lungo andare, diventano un’abitudine. E nelle strade innevate compare anche l’albero di Natale, come tutti i natali, e troneggia nella neve la scritta “I love DNR” (Amo la Repubblica Popolare di Donetsk), come in tutte le città russe. Poco più avanti, un’altra scritta mette le cose ancora più in chiaro: “I love Russia”.

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