Romeo e Giulietta russi, ma con una sorpresa

Forse in pochi conoscono una leggenda russa molto simile alla storia di Romeo e Giulietta, ma con una “sorpresa” piuttosto sconcertante. Cominciamo con ordine.

Devo questa rivelazione ad una gentile signora proveniente da Pyatigorsk (letteralmente: 5 montagne), una cittadina del Caucaso russo, non distante da Stavropol, Sochi e Vladikavkaz, nonché da Lermontov (località in onore del noto scrittore e poeta). Il loro territorio è una rinomata zona termale, dove sono presenti molti sanatori. Le località intorno, infatti, hanno tutti nomi tratti dalle acque speciali e ricche di minerali che si trovano nel territorio: Mineralniye Vody (Acque Minerali), Zheleznovodsk (acque ferruginose) e Kislovodsk (acque carboniche, cioè gassate). In particolare, a Kislovodsk c’è un interessante castello (oggi è un bel ristorante), sulle rive del fiume Alikonovka, chiamato “Замок козарства и любви”, cioè “Il castello dell’inganno e dell’amore“. Ecco la leggenda che si narra al riguardo: Dauta, la bella figlia di un principe del luogo, si innamorò del suo pastore, l’umile Alì Konov (in suo onore chiamarono dunque il fiume Alikonovka). Naturalmente il padre principe non era affatto d’accordo riguardo al matrimonio della figlia con il pastore, anche perché aveva già deciso fermamente che lei avrebbe dovuto sposare un anziano e ricco conoscente. I due amanti decisero quindi di scappare, e cominciò una caccia nel paese per trovarli. Quando gli abitanti li ebbero quasi raggiunti, e si trovarono accanto ad un castello su un’altura, restò come unica soluzione quella di buttarsi di sotto e morire insieme. Alì saltò dal monte per primo, e si sfracellò tra le rocce. La bella Dauta (bella, ma non scema), vedendo la sorte dell’amato, a quel punto ebbe qualche ripensamento sull’attrattiva della decisione di suicidarsi. Morale: non ebbe il coraggio di saltare, e sposò il ricco amico del padre.

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Mi ha divertito molto questa differenza tra la “Giulietta” russa e quella inglese di Shakespeare. Riflette un po’ la differenza effettiva tra la mentalità occidentale e quella russa. Se il nostro genio William avesse deciso di lasciare vivo uno dei due amanti della sua tragedia, avrebbe avuto così tanto successo? Se la sua Giulietta, risvegliatasi dal finto veleno e trovando Romeo ucciso per lei, avesse pensato “è terribile che Romeo sia morto, ma che ora anch’io mi debba suicidare, beh, mi pare eccessivo”, magari infiocchettato da un bel “lui non avrebbe voluto così”, nessuno si sarebbe crogiolato nell’amore struggente e infelice sprigionato dai due personaggi. Giulietta sarebbe divenuta, nell’immaginario collettivo, una codarda ed insensibile “paracula”. L’occidente vuole l’happy ending, e, anche se nel caso di Romeo e Giulietta definirlo felice sarebbe azzardato, gli amanti rasserenano lo spettatore, perché sono uniti nella morte. Il pathos delle storie occidentali manca effettivamente alle leggende russe, ben più fredde e pratiche. Eppure, a ben pensarci, c’è un’estrema tristezza anche nella leggenda di Alì e Dauta. La storia è persino più amara, forse, del magistrale dramma shakespeariano. Lo è perché è cruda, lo è perché ha un tocco di cinismo e praticità, lo è perché rispecchia la realtà. E’ amara nella sua banale miseria, nella sua gretta normalità. E’una storia non speciale, ma è una storia vera (nel senso di verosimile), che lascia nel lettore quel senso ineffabile di delusione, di commiserazione e di identificazione- il che amareggia ancora di più. Chekhov avrebbe potuto narrarla magistralmente. Un amore tanto grande da esser degno della morte è qualcosa di non ordinario, di lirico, di raro e prezioso. Il binomio eros- thanatos è un topos letterario ricco di fascino e nobiltà, che rende la vita di persone comuni di ineguagliabile valore, dà loro un senso e una nobile destinazione. Nella quotidianità, ahimè, di amori così se ne vedono ben pochi. Quasi ogni donna avrebbe agito come Dauta. Uccidersi a diciotto anni o vivere di stenti con un pastore “solo”per amore? Cos’è, in fondo, l’amore, se non un’idea fugace, che nasce e muore come gli esseri umani? Vale la pena di morire per un ideale? La risposta è no. In questo c’è amarezza, perché la vita senza credenze né sentimenti assoluti non è quella degli eroi: è la triste, piccola vita degli uomini, attaccati all’abito nuovo, al portafoglio, al “cd e all’apriscatole elettrico”. E’ la vita ordinaria di chi sceglie la vita. E’ la vita di tutti noi.

La leggenda russa ricorda anche un po’ “La ballata dell’amore cieco” di De Andrè, dove una donna chiede ad un uomo, innamorato follemente di lei, di tagliarsi le vene come prova d’amore. L’uomo senza esitazione si uccide davanti a lei. Mentre sorga il sangue di lui, e fiorisce la vanità della donna, ” lei fu presa da sgomento/ quando lo vide morir contento./ Morir contento e innamorato/ quando a lei niente era restato/ non il suo amore non il suo bene/ ma solo il sangue secco delle sue vene.”

E’ molto azzeccato, dunque, il nome che hanno dato al castello sull’altura: “dell’inganno (traducibile anche come perfidia, slealtà) e dell’amore”. L’amore, forse, non è che un inganno. Cosa rimane alla bella Dauta? Tutta la vita davanti, e il gran patrimonio del vecchio e ricco amico del padre da spendere a suo piacimento. Cosa ha perso Dauta? Tutto. O forse niente.

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Il castello dell’inganno e dell’amore, Kislovodsk