Quelli che malpensano

Mai come in questi anni stiamo assistendo al fenomeno dell’eco mediatica dedicata ad episodi e persone che, per un motivo o per l’altro, non dovrebbero meritarla. Il Truman show è iniziato da diversi decenni: l’annullamento della privacy di individui che da anonimi divengono noti, da ordinari diventano, in qualche modo, straordinari, per il semplice fatto di essere protagonisti (spesso vittime) di episodi di cronaca nera, oggetti di rapimento, oppure attori di crimini e delitti.

Nel bene o nel male, purché se ne parli“, per parafrasare un famoso enunciato di Oscar Wilde. Ebbene, oggi sembra che parlare “nel bene” non sia più di moda. Il bene è noioso, come il Paradiso. Il bene è roba da libro Cuore, da romanzetti d’appendice, da racconti rosa. No, noi vogliamo Dostoevskij,  Scarface, Breaking Bad.

La gogna mediatica è la parola d’ordine. Oggi i trend-setter non sono più tanto “quelli che benpensano” (pezzo meraviglioso degli anni ’90 di Frankie Hi-nrg) ma “quelli che malpensano“. Il malpensante è la chiave di volta che fa impennare l’audience, che scalda i social network, che crea dibattito, fama, scandalo e alimenta le testate giornalistiche. L’obiettivo è scatenare una reazione negativa. Il polemico, l’hater, il troller, quello che insulta, quello che fa una dichiarazione choc: sono loro i veri protagonisti di questo teatro mediatico ormai inarrestabile. Una buona azione, un bel gesto suscitano reazioni molto più pacate, non producono visualizzazioni neppure paragonabili a quelle provocate dalle azioni moralmente deprecabili. L’opinione negativa, il giudizio morale devono essere sempre coinvolti. Sembriamo avere morbosamente bisogno di giudicare, criticare, di denunciare le uscite social del prossimo- in un imbarazzante circolo vizioso paradossale per cui Tizio che accusa di sessismo/razzismo/incitamento all’odio Caio, denunciandone pubblicamente un tweet, a sua volta legittima e alimenta una gogna mediatica altrettanto “razzista” e piena d’odio contro il tal soggetto. Che cosa dovremmo fare dunque, tacere ogni volta che ci imbattiamo in commenti razzisti, minacce, insulti pesanti? Forse la sana, vecchia indifferenza sarebbe l’arma migliore. Avrebbe risparmiato sicuramente innumerevoli episodi trash, dai salotti imbarazzanti di Barbara d’Urso, al reality show su Silvia Romano (il cui rientro avrebbe dovuto, come in altri Paesi accade, essere trattato con molta più riservatezza e meno pomposità), ai celeberrimi plastici di Bruno Vespa dedicati alle scene del delitto. Purtroppo però, l’indifferenza nel mondo dei social non è più possibile. Il dado è tratto, l’ordigno mediatico è innescato e non può essere arrestato.

Jesus Christ non è più una superstar da ben prima del celebre musical del 1973. Il “diavolo” ha preso il suo posto da secoli, a partire dalla fine dell’Ottocento con Jack lo Squartatore, con i primi romanzi gialli, i primi serial killer. Il Male irrazionale, quello stupido e banale (per dirla alla Arendt) ci fa paura perché è incontrollabile, ma è quello razionale, o razionalizzato, quello “intelligente” a suscitare un miscuglio di attrazione e repulsione, a darci il vero brivido di cui siamo drogati. Il Manifesto di Ted Kaczynski (Unabomber), l’accattivante tesi di Raskol’nikov sulla legittimazione del delitto da parte degli uomini straordinari, il messaggio all’Occidente del terrorista islamico: il killer pensante, il jihadista calcolatore, sono loro i protagonisti della scena, l’obiettivo è entrare nelle loro menti. Ai tempi del nichilismo il Casanova da conquistatore di donzelle diventa un collezionista, così come l’assassino. La parola chiave è “serialità”. La serie è l’espressione del massimo godimento dell’uomo occidentale contemporaneo: la ripetizione di un pattern, le infinite variazioni sul tema, la storia che continua. I killer sono anche star mediatiche, le vittime di episodi drammatici sono oggetto di insulti e polemiche (Silvia Romano, da rapita, diviene terrorista islamica), le vittime di violenza diventano carnefici (terribile l’episodio di Valentina Pitzalis, sfregiata con l’acido dal marito e poi accusata di omicidio dello stesso) e i carnefici diventano vittime: i ruoli si invertono, distorti dai media in un miscuglio che sfugge completamente di mano. La vita delle vittime/accusati e delle loro famiglie viene totalmente stravolta. Inutile stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina, accusare di ciò i direttori dei giornali o delle televisioni, perché è anche e soprattutto la morbosità del pubblico ad alimentare questi fenomeni. In forma patologica, la morbosità dell’interesse verso i crimini è una vera e propria perversione chiamata ubristofilia– l’eccitazione che taluni provano qualora il proprio partner racconti di aver commesso dei crimini). Che sia vera e propria morbosità ad alimentarci o semplice catarsi, noi spettatori di questi macabri teatri ne siamo, ahimè, diventati anche pavidi attori: i Commentatori, che dalla posizione comoda e sicura dei propri divani, con un click, finanziano la spettacolarità del dramma e sputano sentenze mal documentate, diffondono fake news. Ricordiamo però che, criticando la privacy ormai perduta di un “uomo comune divenuto non comune”, i nostri commenti restano scritti nel web, e a distanza di anni qualcuno potrebbe andarli a pescare ed utilizzarli contro di noi. Un “anonimo” Commentatore potrebbe trasformarsi, un domani, in una nota vittima, un nuovo bersaglio di odio e discriminazione.

 

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