Praga tra leggende e suggestioni

Siete mai stati a Praga?

Se la Russia è definibile come un incrocio tra Oriente e Occidente, in paesi del centro Europa come la Repubblica Ceca si può trovare un miscuglio davvero interessante tra Europa e Russia. Il nome della città di Praga deriva da prah, che in ceco significa “soglia”. Addentriamoci oltre la soglia e ai nostri occhi apparirà una città davvero magica.

Senz’altro le analogie con lo stile sovietico si potranno notare ancora di più nelle periferie e in città minori, tuttavia Praga, con il suo inconfondibile stile gotico, la sua storia antica, le sue tradizioni medievali e la sua cultura slava rappresenta in maniera perfetta la commistione tra Europa e Russia, proprio perchè in lei anche la maestosità dell’Europa è evidente. Nelle sue cattedrali dalle guglie altissime, dallo stile minaccioso e cupo, dalla pietra scura si coglie tutta la magia dello stile gotico e della tradizione cristiana: la splendida chiesa di Santa Maria di Tyn nella piazza principale della città vecchia, e la Cattedrale di San Vito, racchiusa nel Castello di Praga, sull’altura della Malastrana.

Nel bellissimo centro, nella città vecchia (Staré Mesto) scopriamo che Praga ha negli orologi un simbolo particolare: basti notare il celeberrimo orologio astronomico nella piazza  centrale (Staromestské Namesti), che ogni ora si anima e sancisce, con il suo scheletro che suona la campana con il braccio d’ossa, il memento mori. Mentre la Morte richiama a sé, ricordando la sua inesorabilità, la Vanità, la Lussuria e l’Avarizia scuotono la testa in modo risoluto, come a dire: non è ancora il nostro tempo, come ad opporsi ancora all’eternità- per un’altra manciata di attimi, s’intende. Nel mirabile orologio non solo possiamo leggere il tempo in molti modi diversi, legati all’astronomia e ai cicli della natura, ma nell’allegoria antropomorfa, puntuale e ripetitiva, dei personaggi animati scorgiamo i simboli principali della vanitas, la caducità, tipici del periodo di creazione: la Morte, la meditazione (rappresentata dal filosofo) e, naturalmente, il tempo- che se Durer rappresenta prevalentemente con l’elegante simbolo della clessidra, è qui invece il protagonista assoluto dell’opera, lo sfondo di cui i personaggi e le lancette non sono che parti. Tutto è dentro il tempo. La tradizione degli orologi è senza dubbio affascinante, e Praga mostra molti luoghi in cui si possono ammirare vecchi orologi, tuttavia chi è rimasto stregato dal bar “Day and Night” del film di Tornatore “L’ultima offerta” rimarrà deluso: il mitico e quieto bar in cui si sentono ticchettare migliaia di orologi di cui si possono ammirare i mirabolanti e perfetti meccanismi non è che un’invenzione del regista.

Arriviamo ad un altro simbolo di Praga, dalla bellezza inquietante e unica: il ponte Carlo, chiamato solo dall’Ottocento Karluv Most, ma che prima si chiamava semplicemente Kamenny Most, “il ponte di pietra”. E’un ponte costruito in pietra ma, secondo la leggenda, anche con tuorli d’uovo: così ordinò Carlo IV, perchè fosse più resistente. Si dice inoltre che sia stato inaugurato, con la posa della prima pietra, dal re in persona in una data significativa perchè palindroma, dunque magica.

Le 33 statue nere che incombono, a destra e a sinistra, raccontano storie uniche, tra realtà e leggenda. C’è quella di San Giovanni Nepomuceno, gettato nel fiume per ordine del re Venceslao perché voleva serbare i segreti confessatigli dalla regina, oggi luogo di pellegrinaggio. La croce con cinque stelle che si può vedere sul lato destro verso il castello si dice sia l’esatto punto da cui San Giovanni fu gettato, e che toccare la croce assieme alle stelle porti fortuna.

E che dire del fascino delle casette colorate e minuscole nel famoso Vicolo d’Oro (Zlatà Ulicka), nella parte settentrionale del Castello di Praga? Si dice che vi fosse situato il laboratorio segreto di alchimia sotto il regno di Rodolfo II d’Amburgo, ma non solo: al numero 22 visse Kafka per qualche mese.

Molto interessante anche immergersi nella storia e nella cultura ebraica a Praga, visitando il famoso cimitero ebraico che risale al Quattrocento, dove le tombe sono ammassate in uno spazio piccolissimo e sovrapposte: era l’unico luogo dove agli ebrei era consentito di seppellire i loro morti e, secondo la religione ebraica, la sepoltura è l’unica modalità consentita. Risparmiato dai tedeschi, vi furono sepolti oltre 100.000 ebrei. Tutt’ora si usa lasciare monetine sulle lapidi in pietra.

Veniamo alla lingua: il ceco, di ceppo slavo, ha davvero parecchio in comune con il russo e l’ucraino. Chi conosce queste lingue non avrà problemi a capire le diciture fondamentali, come ristorante, conto, pagare, ponte, scarpe, vestiti, pranzo, carne, verdure, the… Attenzione però, i cechi non appaiono entusiasti quando si parla loro russo, e, anche se capiscono di cosa si sta parlando, preferiscono rispondere in inglese, come a qualunque altro turista.

C’è chi sostiene che Praga sia una città piccola e triste. L’est Europa, effettivamente, ha un carattere peculiare e malinconico che si può notare ancor di più percorrendo con il treno i sobborghi cechi tra Praga e Vienna, dove città industriali come Brno emanano grigiore dalle ciminiere e dal cemento. Tuttavia Praga resiste a questa tristezza, rivelandosi, nelle zone ormai asserragliate da turisti, calda e accogliente come un gioiello ossidato. Il piccolo centro storico, gremito di persone, ristoranti, negozi, emana i profumi dei dolci di pasticceria, del pane abbrustolito e dei trudlnik (nome di sole consonanti, duro, ma che rivela morbidi e deliziosi cilindri di pasta che si abbrustoliscono girando, ripieni di creme o cannella), e in quell’aspro c’è una dolcezza inusitata.

Fuori dal vociare dei turisti, a Praga si può cenare rinchiusi sulla cima di una torre gotica, prigionieri di un romanticismo decadente che ci richiama alla storia e alla tragedia (ristorante “Zvonice”, Senovazhne namesti 976/31). E tra le statue del Ponte Carlo, annerite dalla polvere del tempo e dalla pietra, si può quasi avere paura, ché quando cala la sera il loro nero diventa ancor più scuro, e i volti dei santi e dei re si confondono, prendendo la forma di morti tra i vivi, del brivido dell’ignoto, ma le piccole luci che si cominciano a scorgere al di là del ponte, rivelando piccole nicchie, riflessi del fiume, mulini, accarezzano le forme nel buio e ci sussurrano che non c’è nulla di più dolce, in un mondo di social-mania e Photoshop, che avere ancora paura e suggestione.

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