Platonov, lo scrittore della vita e della morte

В прекрасном яростном мире, “Il mondo è bello e feroce“. Affermazione affascinante e innegabile. E’ il titolo di una raccolta di racconti di Andrej Platonov, lo scrittore russo originario di Voronezh. Personalmente adoro le raccolte di racconti, e mi dispiace che siano considerate, dall’editoria contemporanea, per lo più obsolete. Non c’è niente di più gradevole e rilassante, in certi momenti, verso sera, che leggere una breve storia, immergersi in un piccolo mondo conchiuso ed uscirne quasi subito, arricchiti ma leggeri, pronti per gettarsi in un altro, mai sazi.

I racconti di Platonov furono scritti tra il 26 e il 46, dopo le forti e ripetute stroncature che la censura stalinista operò a danno delle sue opere, e pubblicati tra gli anni 60 e 70 in Russia. Nelle prime opere, come Cevengur, Kotlovan, Vprok e A vantaggio, lo scrittore mirava ad evidenziare l’aspetto distruttivo del socialismo e della collettivizzazione delle terre, a danno dei contadini proprietari terrieri, i kulaki, annientati da Stalin, depredati delle loro terre e lasciati letteralmente a morire di fame. Sono scritti ricchi di metafore ma lucidi, non utopici ma disillusi, dove emerge la straordinaria capacità di tracciare un affresco del mondo del suo tempo. Nei racconti successivi, tra cui la raccolta Il mondo è bello e feroce, il tono è smorzato, come se Platonov avesse perso la speranza di poter far valere le sue critiche, visto come anche i suoi contemporanei, tra cui Maksim Gorkij, non erano più nella posizione di sostenerlo, pena l’esclusione dal mondo letterario. Il figlio di Platonov fu esiliato a soli 15 anni, spedito nella “ridente”Norilsk (guardate su una mappa in che punto isolato a nord della Siberia si trovi, e resterete raggelati).

Definirei Platonov dell’ultimo periodo lo “scrittore della vita e della morte”: è un tema ricorrente nella raccolta di racconti, d’ispirazione cekhoviana. Si tratta di pennellate, di affreschi di parole, più che di storie, dove ciò che conta è il tratteggio dei personaggi immersi nell’ambiente, la loro staticità iconica, contrapposta alla loro inevitabile fugacità. Tutto ciò lascia un senso ineffabile di leggerezza. L’atmosfera è calma e silenziosa, le ambientazioni sono ovattate, mute e sorde di fronte all’inesorabile condanna umana all’annullamento. Sono il teatro dove la vita e la morte si gioca in silenzio e con un velo d’indifferenza, d’accettazione rassegnata. Siamo gli spettatori altrettanto impotenti del teatro della distruzione e del rinnovo, del ciclo incessante e indifferente dell’inizio e della fine. Sullo sfondo del Takyr, il terribile deserto turkmeno, desolante, secco e crudele come “la morte di un bambino”, nascono e muoiono gli uomini con la stessa naturalezza con cui soffia il vento:  “alla vigilia della notte tutte le cose spiccavano troppo nel mondo, accecanti e spettrali sì da farlo apparire inesistente”. Come non restare delicatamente commossi dal vecchio padre di Fro, in pensione, che lavora di tanto in tanto per sostituire i macchinisti, e passa le sue giornate a guardare da un’altura le locomotive che corrono? O dal “terzo figlio” di una famiglia di sei fratelli, l’unico che nella notte s’alza di scatto per vegliare sul corpo della madre morta, realizzando d’un colpo la tragedia e il rispetto verso la genitrice, svelando l’incessante scorrere dei cicli delle vite, di cui la famiglia è l’unico appiglio saldo. E che dire dell’immagine straziante dei due bambini, che corrono dandosi la mano, incespicano, inciampano nelle scarpe troppo larghe e mal cucite, nel tentativo di richiamare a sé il padre, tornato dalla guerra, che sta fuggendo su un treno a cercare una giovane donna di cui si è invaghito, deluso dal tradimento della moglie durante la sua assenza? Fino ad arrivare a uno dei racconti più belli, quello che dà il titolo alla raccolta, dove un giovane apprendista impara dal vecchio e scorbutico macchinista Maltzev, il migliore sul campo, come guidare i treni. L’uomo è sospettoso con i colleghi perché sa di essere l’unico in grado di capire le macchine, ma la sua vulnerabilità insorge in modo destabilizzante: Maltzev d’improvviso perde la vista, ignora i segnali d’avviso ostinandosi cocciutamente a condurre il treno, e viene processato per aver guidato in quello stato, in presenza dell’allievo che tentava di fermarlo. Con l’intento di aiutarlo, il giovane chiede di ripetere l’esame della vista, a seguito del quale Maltzev viene però decretato cieco e allontanato dal servizio. A quel punto il ragazzo lo porta segretamente a lavoro con sé per permettergli di guidare ancora una volta. Viene in mente lo splendido film con Al Pacino, Scent of a Woman, quando veniamo trasportati sulla Ferrari (in questo caso sul treno) dove il colonnello cieco guida al buio una folle corsa, al fianco del suo giovane complice.

Il mondo bello e feroce è quello in cui vive Platonov: un nuovo mondo di meccanizzazione, elettrificazione, di collettivizzazione, di sconfinate terre russe, un mondo in cui gli ideali sovietici si scontrano con la realtà. E’ un mondo tramontato, tramutato in qualcosa di ancor più feroce, più articolato, più confortevole e disilluso, ma non necessariamente più bello. Leggere oggi Platonov non soltanto permette di immergersi in quella particolare atmosfera, ma le sue considerazioni esistenziali, i suoi delicati tratteggi di uomini comuni, sogni collettivi, scene famigliari ancora adesso trovano il loro spazio e la loro commovente potenza universale.

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