Oleg Shuplyak: un illusionista dell’illusione

Sono divertenti e argute le illusioni ottiche del pittore ucraino Oleg Shuplyak (nato a Ternopol nel 1962, cresciuto a ‘Lviv). La sua pittura ricorda vagamente quella di Dalì e Magritte, ma il mondo raffigurato non è surreale né onirico. Non sarebbe esatto accostarlo ad Escher, perché se il regno che indaga Escher è quello del paradossale, dell’impossibile reso possibile dall’abilità nel disegno, il regno rappresentato da Shuplyak è quello delle illusioni ottiche. Potrebbe ricordare vagamente Arcimboldo, perché anche Shuplyak assembla elementi della natura per creare forme nuove, ma in maniera fuorviante. L’artista gioca sul fatto che il cervello umano tende a vedere volti negli elementi naturali. Oggi questa normalissima inclinazione impazza sul web, ad esempio nelle fotografie (spesso discutibili a livello d’interesse e valore artistico) di cibi che sembrano faccine sorridenti. Vedere qualcosa di umano, di antropomorfo nella natura, forse, la rende più rassicurante e alimenta credenze popolari di veggenza (ad esempio, le immagini che si vedono nei fondi delle tazzine da caffè). Spesso ci pare che la disposizione degli oggetti nasconda un messaggio. Questa tendenza cerebrale è detta “pareidolia” e sembra aver perso l’accezione di errore, di follia: pare essere causata dall’attività della corteccia frontale. Il cervello utilizza dei meccanismi per il riconoscimento facciale, per questa ragione tende a vedere un volto quando si trova di fronte a figure come due cerchi e una linea sotto. Un ruolo chiave nella visione di volti è giocato dall’aspettativa, fondata sul nostro sistema di credenze. Secondo alcuni studiosi, dunque, la causa del riconoscimento facciale starebbe nel background, nella memoria di ogni persona, che immagazzina immagini nel corso del tempo e crea un sistema di aspettative, mentre secondo altri sarebbe un retaggio dell’evoluzione: l’istinto di sopravvivenza spingerebbe a distinguere immediatamente volti amici da volti nemici. Proust contro Darwin, in poche parole.

Shuplyak apparizione messia
Apparizione del Messia, O.Shuplyak
Shuplyak John Lennon
John Lennon di Shuplyak

Shuplyak forza questa tendenza e compie un percorso al contrario. Non attende che le nuvole o le rocce si dispongano in modo da dare l’idea di un volto, ma riproduce le illusioni ottiche casuali provocate dalla natura, rendendole artificiose. Ci troviamo in un garbuglio: la pittura è già di per sé un’illusione, una riproduzione della natura alla quale l’artista aggiunge l’uomo (quel quid in più la rende arte, cioè imprimere soggettività all’oggettività); nel caso di Shuplyak, ciò che viene aggiunto è la soggettività umana dell’illusione: vedere qualcosa che in realtà non è nulla, che è causato dal caso. Qui abbiamo una doppia illusione, perché l’artista si prende gioco del caso e illude a sua volta.

Guardando le sue opere, sappiamo d’essere illusi, come durante gli spettacoli di magia degli illusionisti, di cui sappiamo esistere il trucco, e “il naufragar ci è dolce in questo mare”. La razionalità, in questo caso, predomina sull’irrazionalità e gongola nel farsi sorprendere dall’ingegnosità dell’artificio. Essere illusi in modo consapevole provoca un sottile piacere senza emozione, perché non ne segue il dolore della disillusione.

Talvolta, le illusioni sono addirittura utili. Stando alla Recherche di Marcel Proust, c’è una grossa frattura tra il mondo che vediamo e quello che la nostra mente elabora, percepisce, distorce con le idee. La visione di qualcosa di concreto (la famosa madeleine) permette di creare immagini mentali, di risvegliare i ricordi, attraverso il riconoscimento, “come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono ad immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili“. Il riconoscimento di un volto in immagini che di per sé non direbbero nulla rimanda dunque ad altro, e quel'”altro” può rivelare verità che vanno oltre la realtà e che permettono di ritrovare, sepolti negli scomparti della memoria, sensazioni perdute.

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