Masterpiece e la moda delle storie sgrammaticate, purché vere

Mi è piaciuto il racconto di Sergey Dovlatov intitolato la “La vita è breve“, perciò ho deciso di tradurlo in italiano, dal momento che ad oggi non ne esiste una versione edita (eccola, a questo link: http://nsmatrioske.altervista.org/opere-racconti-2/vita-breve-sergej-dovlatov-traduzione-inedita/). Ho trovato divertente il personaggio del vecchio Levitskij, che ricorda vagamente certi cinici e scorbutici intellettuali alla Woody Allen. Altrettanto cinico e tristemente vero è il finale, in cui Levitskij promette di leggere il manoscritto che Regina, una giovane sua fan, è finalmente riuscita a fargli avere, dopo intense ricerche per mettersi in contatto con lui (lo so, è uno spoiler, ma questa premessa è fondamentale per il discorso che vorrei fare). Levitskij, appena dopo essersi congedato con la ragazza, getta il manoscritto nella spazzatura e, solo leggendone di sfuggita il titolo, già si figura cosa risponderle come recensione: una frase ambigua e banale, che riprende il titolo, in modo da farle credere di averlo letto. Questa è l’amara realtà di ogni aspirante scrittore (ne so qualcosa!). Di fatto, la realtà è persino peggiore: le case editrici neppure leggono il titolo del romanzo proposto, e tanto meno rispondono. Neppure gli amici riescono a finire di leggere un manoscritto di cui s’è chiesto un parere! La verità è che oggi non si legge quasi più, che l’editoria è in crisi e bla bla bla. Ovvio. Non è però ovvio che i pochi libri che vendono o che vengono premiati in Italia siano scritti in una lingua che non è l’italiano. Mi spiego meglio.

Mi è capitato di guardare qualche puntata di Masterpiece, il reality sulla scrittura andato in onda su Rai3 di recente. Con tutti i pregiudizi e le perplessità del caso, l’idea del programma non era malvagia. Pare siano giunti in redazione circa 5.000 manoscritti di aspiranti scrittori. Chi la giuria ha fatto vincere, tra i finalisti? Nikola Savic, uno scrittore serbo dall’aria ingenua e simpatica, che vive in Italia da qualche anno e che- è qui che voglio arrivare- scrive in un italiano paragonabile a quello di un bambino di prima media (quinta elementare, nel caso di certi ragazzini svegli). C’è chi dice che scrive meglio di tanti madrelingua con impostazione saccente e scolastica. Potrà anche essere così, ma qui non si parla di premiare “qualcuno che scrive meglio di tanti”, ma un eccellente scrittore. Quanto la scorrevolezza e precisione grammaticale può influire sull’apprezzamento di un romanzo? Direi che non influisce, per il semplice fatto che la si dà per scontata. Il romanzo avrebbe potuto acquistare molto a livello di raffinatezza, se Savic l’avesse scritto nella sua lingua madre e si fosse affidato ad un buon traduttore. Non posso dire che il romanzo “Vita migliore” sia scadente. All’inizio scoraggia anche il lettore con le migliori intenzioni (l’incipit illustra episodi d’infanzia di scarso interesse, scritti con le espressioni lessicali e gli occhi di un bambino. Effetto riuscito, ma non so quanto voluto). Se non fosse stato premiato da Andrea De Carlo ed Elisabetta Sgarbi, dunque, mi sarei fermata alla quinta pagina, ma volevo capire che cosa spingesse De Carlo, nella postfazione, ad osannare Savic come un nuovo e straordinario talento narrativo. Per carità, la storia, in seguito, prende forza e il romanzo si fa leggere, come si guardano certi film che non hanno niente di eccezionale, ma scorrono. Ha degli aspetti interessanti legati alla vita a Belgrado in quegli anni, con lo sfondo della guerra civile, e un finale non scontato. Descrive in modo sempre leggero anche ciò che è pesante (malattia, morti, criminalità). Savic è spontaneo, come viene continuamente evidenziato dai critici. Alcune metafore sono ben riuscite (quella della famiglia vista come natura morta in particolare), ma un premio di quel livello ti aspetti che venga dato a un De André, non a un Vasco Rossi (parlo da modesta lettrice, non da editrice, non guardo alla popolarità ma all’eccellenza). De Carlo, per mettere le mani avanti, premette subito che premiare uno scrittore non italiano ad un concorso di scrittura in italiano possa suonare assurdo, tanto più che Savic all’apparenza risulta forte a livello mediatico ma vuoto nella sostanza, ma che questi pregiudizi crollano nel momento in cui si legge la sua opera. Ebbene, non sono ancora riuscita a capire dove (se si pensa che la mia sia invidia, rispondo che invidio Dostoevskij, Thomas Mann e moltissimi altri, ma non sono così disperata da invidiare Savic).

L’unica cosa che posso constatare è che uno dei filoni che va di moda è quello dello scrittore straniero (preferibilmente dell’est Europa) che, con un romanzo spacciato come autobiografico, parla del suo paese e di scontri fra bande rivali in un italiano discutibile (vedi Educazione Siberiana di Nikiloaj Lilin). Il linguaggio viene volutamente lasciato impreciso per sottolineare la veridicità della storia narrata da uno straniero. Ci siamo già bevuti le balle raccontate da Lilin, che avevano fascino perché alludevano all’ossimoro del codice morale tra criminali. Quelle di Savic probabilmente non sono balle, ma gli argomenti non vengono approfonditi (ad esempio, come il protagonista, trasferitosi in Italia, si integri  nel luogo). Far vincere un concorso di quel livello (che prevede la pubblicazione di 100.000 copie con Bompiani) ad uno scrittore che non ha (senza alcuna colpa) la proprietà di linguaggio di un madrelingua, non può in alcun modo essere accettabile in nessun luogo del mondo, a meno che quello che egli racconti non sia straordinario. Io per straordinario intendo qualcosa di più che una storiella di formazione tra palpeggiamenti, procaci ragazzine, qua e là qualche traccia della guerra e qualche colpo di pistola. Siamo ahimè nell’epoca del reality, ovvero del trionfo non del verosimile, ma del vero. Che ci propinino qualunque storia, purché sia creduta come vera. Però ciò che è vero, spesso è anche banale e di scarso interesse. E’ qui che dovrebbe subentrare la magia dello scrittore, ad inserire con la fantasia ciò che alla realtà manca. Oggi, invece, gli scrittori che vendono non sono più quelli che aggiungono alla realtà un quid che volge all’assoluto, alla grandezza, all’ideale (prerogativa dell’arte). Non puntano più alla creazione del sublime, ma del normale. Nei romanzi e nei dipinti realisti di fine Ottocento si respira l’idealizzazione dietro la realtà. Anche la più cruda delle immagini, anche il più misero dei lavoratori ha fierezza nello sguardo, ha qualcosa di archetipico, di solenne. Oggi, nelle opere di narrativa tacciate come capolavori, di ideale e solenne possiamo trovare soltanto il nulla.

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