L’ippodromo di Mosca: un posto congelato

Ci sono luoghi al mondo dove pare di essere catapultati in una sorta di paradigma, di stereotipo. Hai un’immagine mentale di un certo posto, di certe persone, e la cerchi come un rabdomante, da turista, avido dell’attimo che rappresenta un’idea sepolta nella tua coscienza. Quando la trovi, scatti una foto e quell’attimo diventa un eterno stampo di un’idea classica: una cartolina, un’icona. La perfetta sintesi del tuo immaginario ignorante (perché essendo un immaginario che ignora ciò che non ha ancora veduto, è per forza di cose “ignorante”).

Ricordo le mie prime visite in Russia e Ucraina. Ricordo l’avidità con cui ero a caccia di oggetti e soggetti “tipici” per le mie inquadrature. Tipici significava ricorrenti nei miei sogni. Ripetuti, già visti eppure mai visti. Questo è il paradosso del primo ingresso in una città. Vagavo cercando una Russia vista nelle immagini altrui, in ciò che i giornali, le televisioni, i libri vogliono far vedere. D’un tratto, la scorgevo e provavo una sensazione di appagamento: eccola, la Russia!- mi ripetevo. Ecco, questo è proprio “russo”. Così l’Andreevskij Spusk a Kiev (una discesa che costeggia la bella cattedrale Andreevskij sobor), con un mercatino che vende colbacchi e matrioske, e i vecchi signori che giocavano a scacchi, in bilico tra la pietra lungo la discesa, incontrava perfettamente il mio stereotipo. Così lo soddisfava la cattedrale di San Basilio a Mosca, e tutte le chiese ortodosse in cui mi imbattevo. E ancora: il cortile interno del mio appartamento a Donetsk, con i giochi arrugginiti per bambini, e le varie “doma”, palazzine intorno, con i balconi verandati, che appaiono come scatole di vetro; il negozio di fiori che sembrava una cabina telefonica inglese, orlato di vetro e di vernice rossa, piantato in mezzo alla neve in una piccola via, la via Rossini, dove abitavo. L’abbigliamento di certe signore, i loro cappotti beige e le loro calze color carne, le macchine sovietiche dei tassisti con le icone penzolanti dallo specchietto retrovisore.

Tutto questo era “Russia”, ma niente lo fu, per me, quanto l’Ippodromo. A Mosca, sul Leningradskij prospekt, c’è un ippodromo. Non mi sarebbe mai venuto in mente di andarci, se non che si trovava proprio a due passi dall’albergo, e una mia collega me lo propose. Mi immaginavo qualcosa di simile a San Siro. Un parco dall’aria un po’ retrò, non molto frequentato. Quello che trovai fu decisamente diverso. Fu un ippodromo “russo”, nella maniera stereotipata e romantica per cui per me la Russia è ancora tutto “quello”. M’imbattei in un affollamento fumoso e scostante di uomini. Solo uomini. Solo di una certa età. Tutti con i cappotti e le coppole in testa, con gli spessi occhiali a fondo di bottiglia. Tutti con il bicchiere in mano, tutti con una sorta di tenda sugli occhi, di coltre di indifferenza nella concentrazione. Senza entusiasmo né cipiglio, senza speranza né desiderio. Naturali. Affaccendati. Si limitavano ad esistere e ad essere ciò che erano, cioè, per me, il più perfetto degli stereotipi. L’immagine classica della Russia di parecchi anni fa, la Russia ruvida e fredda dell’Unione Sovietica. La Russia disillusa mentre si illude, quella della grande illusione di un progetto, di una rivoluzione, di una collettività, di una macchina micidiale e perfetta, che si chiude però in un cerchio, anzi un ovale, come quello dell’ippodromo, e rincorre se stessa. Quella che pulsa e respira ai margini, quella che la domenica comincia a stappare birra o vodka a mezzogiorno, e andrà avanti finché starà sulle sue gambe. Quella che non ha niente da fare e invece non sta mai ferma. Quella che vede correre i cavalli e ormai non pensa più che qualcosa possa cambiare. Uno di loro arriverà primo, ma questo non farà alcuna differenza.

E puntando su un cavallo dal nome bizzarro, sgomitando tra la folla per pagare la mia puntata, capii di essermi imbattuta in uno di quei pezzi di mondo “congelati”. Quelli che un giorno sono nati in un certo modo, e quando moriranno saranno identici. Non è un progetto a cambiarli, non è una guerra, né un nuovo padrone, ma neppure gli anni che passano. L’ippodromo è sempre lì, e scommetterei che fra trent’anni ci sarà ancora, a prendersi gioco del tempo, della vita e del caso.

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