L’era dei cimiteri virtuali

C’è un racconto di Lev Tolstoj chiamato “Tre morti”. Si tratta della descrizione di tre differenti morti di esseri viventi: quella di una signora borghese, di un postino e di un albero. Oggi, a quei tre esempi, ne aggiungerei un quarto: la morte di un uomo al tempo dei social network. Nella mentalità russa, stando a Tolstoj, la morte è associata alla mancanza di senso della vita. Coloro che non trovano un senso da vivi, difficilmente lo troveranno nella morte e per questa ragione non riusciranno ad accettarla, come accade alla “prima morte” del racconto (quella della signora borghese). Quest’ultima muore senza voler morire e capacitarsi del perché, nella disperazione e nel terrore. Quanto più invece la vita ha senso in quanto commista alla natura, tanto più è possibile accettare la morte come un evento naturale, come accade all’umile postino del racconto, la cui morte è associata alla terza, quella di un albero. Entrambi muoiono silenziosamente e senza tragedie. In questo senso in Tolstoj c’è anche un’implicita “critica” all’approccio verso la religione cristiana, di cui la cultura russa è pregna: non è in grado di rendere sopportabile la morte, in quanto non viene capita dai più. L’unico che accetta la morte è infatti un non cristiano, la cui religione è la natura, spiega lo stesso Tolstoj, richiamando certe religioni orientali o pagane. Che cosa succede alla morte oggi? Quali sono i nuovi cimiteri nell’era di Facebook?

Il luogo di sepoltura è una sorta di tempio, di totem. Rappresenta il contatto tra i morti e i vivi e l’espediente perché non escano dalla memoria, un vessillo patetico cui aggrapparsi per poter ancora pensare che occupino un posto concreto nel mondo (sottoterra, mangiati dai vermi, e dopo alcuni anni spostati negli ossari, in una zolla ancora più piccola e schiacciata assieme ad altri ignoti cadaveri, perché bisogna pure far posto a quelli nuovi). E’cosa ben misera l’uomo da morto. Il problema è quando lo è anche da vivo.

Poiché oggi la corporeità occupa un posto fondamentale, ma paradossalmente sempre più incorporeo, ovvero virtuale, anche la tomba del Duemila non è quella del Novecento: è nata la nuova tomba virtuale. Il profilo del social network è la dimostrazione di questa svolta. Migliaia di profili su Facebook, quando il loro proprietario passa a miglior vita, restano online ma inutilizzati, presenti ma inattivi, vivi ma morti. Nessuno ne conosce la password, nessuno, anche se la conoscesse, ha il coraggio di entrare nel profilo altrui e chiuderlo una volta per tutte. Si crea così un vero e proprio cimitero online di avatar. La differenza tra un profilo attivo e uno non aggiornabile, in molti casi, è poca, o è una perdita di cui non si sente affatto la mancanza. Tuttavia suscita un misto di tristezza, commiserazione e brivido pensare a tutti quei profili morti, che fluttuano nell’insensatezza della rete, come encefalogrammi piatti. Su quelle bacheche spesso la gente si ostina a continuare a pubblicare messaggi, come se il proprietario potesse leggerli, come se fosse ancora vivo. In questo modo, il morto virtuale non muore mai, e viene ripubblicato in eterno nelle foto ricordo degli amici. Gli si parla, e non può rispondere, ma non ha importanza. E’ lì che nasce la tomba virtuale, qualcosa di romantico, nostalgico e a volte ipocrita. Un calderone dove riversare le proprie insicurezze, dove commemorare il morto, dove pubblicare immagini in cui era ancora in questo mondo, ma nello stesso tempo mostrare agli altri la propria magnanimità, il proprio buon cuore nello scrivere belle parole in proposito. Come ai tempi il funerale rappresentava anche un atto sociale, dove ci si vestiva a lutto e comportava in un certo modo, sempre tenendo conto di essere in società, ugualmente il social network implica il comportamento di fronte al pubblico (virtuale). Ciò prevede la frase solenne da pubblicare per mostrare che ci si interessa del decesso. Ormai l’impegno che esso richiede è pari a zero: non è necessario neanche scomodarsi dalla propria dimora per andare a trovare il defunto, non bisogna neppure farlo in solitudine, per portargli dei fiori, una canzone, una lettera. Un semplice click e pubblichiamo le nostre condoglianze. Poiché hanno tolto, ahimè, il pulsante Dislike, si può solo cliccare “Like” al morto. La morte piace, nella maniera frivola, leggera e svogliata in cui piace la foto di un gelato, un bel culo, una battuta simpatica. Questa è l’era della morte senza valore, della morte sempre più sfumata, lontana dalla vita, perché è una paura sempre più grande, ma paradossalmente sempre meno pregnante. Nessuna moneta viene posta sugli occhi del defunto per assicurargli il traghetto per l’Ade. Le ultime parole del morto sono quelle pubblicate sulla sua bacheca, cose del tipo: “che tempo di merda”. Ecco la “quarta morte” che prolunga il racconto di Tolstoj, quella nel web, che naturalmente il grande scrittore non poteva prevedere. La tomba perde, con la sua concretezza, anche il suo valore storico. Forse tra qualche anno neanche più la pietra ci collocherà nel mondo, la tomba di famiglia, il pezzo di terra da cui siamo venuti e al quale torniamo; di noi non resterà che lo stupido avatar di Facebook, con la stessa immagine, ferma per i secoli a venire. Quando caricate la vostra foto del profilo, da oggi in poi, sceglietela bene: potrebbe diventare la foto della vostra tomba.

 

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