La Russia remota e destabilizzante della serie The Romanoffs

Ho visto tutta la serie dedicata ai Romanoff (The Romanoffs, su Amazon Prime Video) di Matthew Weiner, il cui titolo può essere assai fuorviante, dato che in realtà non si tratta affatto della classica serie in costume sulla più celebre famiglia nobile russa, ma di 8 episodi a sé stanti, ambientati ai giorni nostri, su sedicenti discendenti dei Romanoff, nei contesti più svariati. Alcuni episodi non meritano particolare attenzione, restano deboli, soprattutto nello sviluppo della trama, facendo pensare che l’idea di partenza non fosse malvagia, ma che manchi sempre qualcosa: un twist, una svolta originale, un dettaglio che colpisca, una recitazione memorabile.
Devo dire che c’è però un episodio che spicca su tutti e che mi ha positivamente colpito, ed è il numero 7, End of the Line. Sarà perché è il più “russo” di tutti (l’unico, direi), sarà perché la tematica è scottante, eticamente stimolante, fatto sta che credo valga la pena di vederlo.

Non voglio spoilerarvi tutto, quindi mi limito a dire che è ambientato a Vladivostok d’inverno, dove atterrano due stranieri con una missione che verrà chiarita in seguito. Innanzitutto, nell’episodio, la Russia rurale, gelida e remota è mostrata in tutta la sua crudezza e con tutti gli stereotipi tipici della mentalità occidentale, ovvero dal punto di vista di due “turisti” americani. E devo dire che molte delle scene rappresentate corrispondono al vero, ovvero mostrano in maniera molto realistica la sensazione di smarrimento, desolazione, disagio, se non lieve paura, che lo straniero occidentale prova la prima volta che si addentra nella sconfinata, inquietante Russia d’inverno (e non parlo certo di Mosca e San Pietroburgo, che ormai sono paragonabili a qualunque città europea o americana). Mi ha colpito in particolare la sensazione di sfiducia che gli americani provano nei confronti della traduzione in inglese che viene loro fornita dalla loro accompagnatrice russa: lei è “una di loro”, è in combutta con loro, sta omettendo dei dettagli importanti, sta traducendo come le pare, non starà mai davvero dalla loro parte, li sta fregando. Questo tipo di sensazione, e di sfiducia nei confronti del traduttore, in particolare se della nazionalità del Paese che si visita, credo sia una delle più realistiche e diffuse. Nel mio lavoro di interprete, mi è capitato di percepirla ampiamente sul volto degli scettici e diffidenti italiani in Russia, durante trattative non sempre semplici, specialmente se la traduttrice era madrelingua russa. La frustrazione derivante dal sentir parlare una lingua che si ignora completamente, la percezione che vi siano sempre parole eccedenti che non vengono tradotte o che deliberatamente vengono omesse o modificate a vantaggio della controparte è inevitabile e notevole.

La Russia è mostrata, nell’episodio, nel suo lato peggiore e più “antico”, drastico e retrogrado. “Mazzette” e regali (merce che altrimenti non si può più importare in Russia, o che comunque scarseggia) sono la merce di scambio obbligatoria se si vuole parlare d’affari con i russi, in particolare con i funzionari, per bypassare iter burocratici infiniti; il clima è infausto come solo l’Estremo Oriente d’inverno può esserlo, le strade innevate e deserte; l’hotel, meno peggio di quanto ci si potesse aspettare, ma austero e retrò quanto basta; gli snacks del supermercato “tarocchi”, di marche sconosciute e illeggibili, con quell’aria stantia da surrogato; le persone del posto, laconiche e mai sorridenti. Per completare il quadro, ecco le classiche donne russe impellicciate, giovani, bellissime e truccate, con tanto di escort che sognano che un ricco occidentale le porti via da quel buco. Certo, tutto l’insieme, per come viene presentato, è estremo ed enfatizzato. Non si può però dire che non ci sia un fondo di verità. Molto di quanto mostrato nella fiction mi ha ricordato certe situazioni realmente accadute in cittadine provinciali della Russia o di Paesi ex URSS, quando a visitarli era “lo straniero”- che tale sarà sempre, che si sentirà sempre un diverso. La desolazione della provincia russa, d’inverno in particolare, agli occhi di un occidentale, può raggiungere livelli insostenibili: gli edifici russi tutti uguali, il grigiore, gli spazi ampi e vuoti, l’ostacolo della lingua, la sensazione di esser tornati indietro di trent’anni, lo sbigottimento verso certi prodotti di bassa qualità, l’aria impettita e poco empatica della popolazione locale, l’attaccamento spietato ai soldi, tutto questo trapela spesso, di primo impatto, dal punto di vista di chi non conosce la Russia, non la comprende a pieno e, forse, non la può capire- perché, per citare i celeberrimi versi russi di Tjutchev, “la Russia non si può capire con la mente….nella Russia si può solo credere”.

Eppure, non ci vuole molto. Basta informarsi un po’ di più sul territorio russo, sulla sua storia. Sarebbe sufficiente cercare di addentrarsi un minimo nella cultura e nella mentalità del posto; provare a dire qualche parola, guardare com’è l’alfabeto cirillico, leggere qualche libro o vedere qualche film sulla Russia, farsi qualche amico. Mostrare ai russi interesse, rispetto e curiosità, possibilmente nel contesto e nel luogo più adatti a familiarizzare, dove l’ospitalità russa fa capolino e dà il meglio di sé: ad un bel pranzo russo tipico, con la tavola imbandita e i tipici “tost”, brindisi. Ed ecco che quella barriera apparentemente insormontabile, quel senso di sfiducia ed estraniazione potrebbe crollare e sciogliersi all’istante, proprio come la loro neve.

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