La mancanza di talento è affascinante

Dicono che non ci sia nulla di più affascinante che un grande talento o l‘assoluta mancanza di talento. Un esempio di questo tipo di dicotomia si può cogliere nel popolare programma X factor e nel suo altrettanto popolare alter egoStrafactor, dove ad esibirsi sono persone totalmente prive di talento musicale, stonate, fuori tempo, esteticamente fuori dai canoni del fascino, a volte grottesche. Eppure, il volgo li ama.

La questione del fascino della mancanza di talento mi piace particolarmente, perché la trovo insolita e buffa. Occorrerebbe indagare un po’ meglio sul motivo della popolarità inversa che a volte raggiunge chi è del tutto negato a fare qualcosa. Partiamo dal definire cosa sia il talento. Generalmente, con ciò intendiamo un’attitudine innata, presente già alla nascita, che permette ad un individuo di distinguersi dalla massa, di eccellere nell’esercizio di qualche arte. Dunque, il talento non si può imparare? Sostanzialmente, direi di no. Tuttavia, esiste un margine di miglioramento, anche ampio, dato dallo studio della tecnica, dall’allenamento e dall’esercizio, che può dare risultati anche sorprendenti (per questa ragione, anche chi non è particolarmente talentuoso può sopperire a ciò con la dedizione e raggiungere un livello che non sarà mai pari a quello dei fuoriclasse che manco si impegnano e riescono subito ad eccellere, ma che comunque potrà risultare soddisfacente). Qualcosa, però, dev’essere innato nell’artista: il timbro di voce, una certa abilità nel cogliere le proporzioni nel disegno, di accostare colori, di creare storie, suonare uno strumento, ecc.

Avete visto il film Florence, con Maryl Streep e Hug Grant? Il personaggio che interpreta Maryl Streep è realmente esistito ed è Florence Foster Jenkins, una donna dell’alta società americana degli anni Quaranta che si diletta nel canto lirico, ostinandosi ad esibirsi in pubblico pur essendo stonata come una campana. Ebbene, Florence risulta alle orecchie di chi la ascolta tanto sgradevole da divenire immediatamente comica, grottesca, simpatica. Quello che stupisce è che Florence non sembra rendersi conto della sua assoluta mancanza di talento, sembra ignorare di essere lo zimbello del suo entourage di conoscenze (che, letteralmente, il marito costringe a partecipare alle sue esibizioni). Forse Florence, in cuor suo, sa di essere inascoltabile, ma preferisce convincersi di essere brava, o più semplicemente fregarsene, perché le piace cantare, punto e basta. C’è forse qualcosa di biasimevole nel dedicarsi ad una propria passione, seppur privi della capacità di svolgerla ad un livello accettabile, se ciò ci rende felici? Maksim Gorkij scriveva che il talento è la fiducia in se stessi e nelle proprie forze. E allora è proprio questo che possiede Florence, e che a molti manca: la sicurezza di sé, la convinzione in ciò che fa- che diviene quasi ottusità, ostinazione “diabolica”. Il suo vivere in una bolla di sapone che la protegge dal mondo si estende anche alla sua relazione coniugale: il marito la tradisce con una donna molto più giovane senza alcun pudore di fronte alla società, nascondendoglielo sfrontatamente e senza alcun senso di colpa. In questa spudorata menzogna di coppia, tuttavia, entrambi trovano equilibrio e stabilità. Anche in questo caso, le prima sensazioni che suscitano l’ingenuità di Florence e l’ipocrisia del marito sono la disapprovazione, il distacco, l’incredulità. Eppure, il marito le è devoto, la accompagna fino alla morte con grande rispetto e affetto, la protegge e la sostiene nel suo progetto di cantare, complice della sua dolce illusione, la pone al primo posto nella sua vita. E forse amare non è anche questo? 

La fiducia in se stessi è la base per la fiducia nel prossimo, nell’umanità, nella vita, e anche se non dovesse corrispondere alla realtà- a quale realtà, poi? Ne esiste forse una inoppugnabile?- è il motore che alimenta il piacere dell’esistenza.

Per citare Cekhov in un suo racconto:

“Una persona intelligente ha il diritto di non credere nel soprannaturale, ma è tenuta a nascondere tale sfiducia, per non diventare seducente e non far vacillare la fede nelle persone; senza fede non v’è idealismo, e l’idealismo è destinato a salvare l’Europa e ad indicare alle persone la retta via”. 

E quell’inconsapevolezza, quell’ingenuità come presa di posizione per apprezzare la vita e sopravviverle, ha un tono commovente, quasi lirico. L’illusione, la caparbietà, la stonatura suscitano ilarità, pena o fastidio in chi le osserva dall’esterno, ma il punto è: siamo sicuri di trovarci davvero all’esterno? In fondo, i “veli di Maya” che filtrano la mera realtà e ci proteggono dalla cruda verità potrebbero essere innumerevoli, non uno soltanto. L’ostinazione ad ignorare i propri limiti, a non voler vedere la realtà nei suoi aspetti deludenti, l’ottusità di credere, di illudersi di essere bravi, belli, amati e talentuosi fa un po’ parte di ognuno di noi. E ci saranno sempre cento, mille note che stoneremo, e di queste mille note stonate, la maggior parte passeranno alle nostre orecchie sotto silenzio, ci convinceremo che siano uscite bene. Perché in fondo, vivere senza un briciolo di ingenuità significherebbe essere tragicamente, ineluttabilmente infelici.

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2 commenti su “La mancanza di talento è affascinante

  1. Patty Hewes il said:

    Leggo sempre con infinito interesse i tuoi articoli ,che ogni volta non fanno che confermare che il poco tempo speso per leggerli é ampiamente ricompensato dalla profonditá, dall’estetica, dalla poesia miscelati in un semplice articolo che così non risulta mai ‘semplice’
    Passiamo tanto tempo a leggere ed ascoltare inutili video che ci mandano sul cellulare invece di dedicarci a letture piú stimolanti come queste!!!!
    Grazie di regalarci momenti così piacevoli ed elevati

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