Joker: il lirismo della disperazione

E’ uscito al cinema l’attesissimo film “Joker“, di Todd Phillips, interpretato da Joaquin Phoenix. Questo “Joker” perde i connotati del fumetto da cui è tratto e appare come una pièce teatrale in cui il personaggio di Joker è inscindibile dal volto camaleontico e inconfondibile e dalla recitazione di Phoenix. Così, Joker diventa una creazione a sé stante del regista e dell’attore, e l’intensa performance basta a reggere due ore di film, la cui trama diviene un aspetto secondario. Joker è la rappresentazione, caricata e allegorica, dell’emarginato, del perdente, del freak – e in questo possiamo rivedere moltissimi anti-eroi del cinema e della letteratura di tutti i tempi, da Smerdjakov o Raskol’nikov di Dostoevskij, al De Niro di Taxi Driver. Arthur Fleck è un personaggio che suscita pena, orrore, sorpresa, comprensione, disgusto allo stesso tempo, al quale ci avviciniamo e dal quale ci distacchiamo brutalmente non appena la sua vendetta contro un mondo che lo calpesta e in cui non trova spazio diviene feroce, eccessiva. Il film fa di lui un eroe anti-borghese, il simbolo della rivalsa degli umiliati e offesi contro la ricchezza e il potere; ma l’esito del film non è ciò che interessa di questa pellicola, così come le critiche a sfondo moralistico – a mio avviso eccessive e fuori tema, ma comprensibili nel contesto americano, dove è capitato più volte che studenti emarginati siano entrati a scuola con il fucile del padre facendo una strage – che vedono in Joker un’apologia, una giustificazione o addirittura un incentivo all’omicidio, alla ribellione. Non è questo, io credo, ad essere intrigante nel film, non ne è l’aspetto principale: è scontato che in ogni anti-eroe vi sia un lato affascinante: come lo sono certi discorsi filosofici di Stavrogin, la giustificazione al delitto che Raskol’nikov tesse in maniera seducente, il motto “se non c’è Dio, tutto è permesso” di Smerdjakov- sempre per citare Dostoevskij. L’anti-eroe è per definizione intelligente, ambizioso, ribelle e cattivo, e l’equilibrio perfetto dovrebbe sussistere laddove riesca a suscitare attrazione e repulsione in maniera perfettamente uguale. E’ nel momento in cui l’aspetto attraente supera quello ripugnante, che qualcosa va storto a livello morale, e qui si sprecano le critiche “bigotte”, che però sottovalutano la capacità del pubblico di cogliere l’intento del regista: l’anti-eroe vuole solo essere un diavolo tentatore, la leva che abbraccia, accarezza o quantomeno considera il Male e costringe ad analizzarlo, a porlo allo stesso livello del Bene. In Joker- Joaquin Phoenix c’è qualcosa di talmente disturbante da rendere difficile immedesimarsi in lui, inoltre non risulta particolarmente intelligente o originale nel suo esporre teorie anti-sociali. La pazzia ha spesso un richiamo sexy, ma quella di Joker è talmente esagerata, imprevedibile e sofferente da provocare soltanto pena. Eppure, qualcosa in lui lo rende estremamente lirico- ecco il punto cui vorrei arrivare, l’aspetto peculiare di questo film. Non è la sua condizione drammatica, la sua malattia, miseria o frustrazione, ma è lo strazio nei suoi occhi e nella sua figura: una questione puramente estetica. C’è un’anti-bellezza che non riesce ad essere solo bruttura nella sua schiena storta, nella sua magrezza avvilente, nella sua andatura sbilenca, nel suo abisso mentale in cui è in grado di trascinarci con ogni espressione del volto. C’è della poesia scomposta nella sua sporcizia, nel verde che gli cola dai capelli, nel trucco scritto con la rabbia e con il sangue, negli abiti troppo larghi. Qualcosa che, nella magistrale scena in cui, ormai libero e consapevole del suo potere distruttivo e della sua vera identità, scende le scale danzando, truccato da clown e con il bellissimo abito rosso, lo rende iconico. L’uomo diviene maschera, l’uomo comune diventa il personaggio, il suo Alter-Ego fumettistico, e si stampa nell’immaginario collettivo: Arthur diviene Joker e da uomo comune entra nell’Olimpo dei super-anti-eroi. Ma quello che lascia davvero il segno nello spettatore, disturbando la sua coscienza sopita, squarciando il suo cuore, è l’Arthur prima della trasformazione in Cattivo, quello perdente, perfetta allegoria della disperazione umana. E’ in quel lirismo commovente della sua anima perduta, della sua risata inopportuna, stridente, fuori luogo e tempo; nella tristezza intrinseca che si nasconde dietro al perenne sorriso di ogni clown, nel patetismo dello sporco lavoro di far ridere gli altri; nei suoi sogni ad occhi aperti in cui si immagina in veste di apprezzato come ospite ad uno show, uscire ad appuntamento galante con una donna, essere semplicemente normale; nella sua danza goffa, in cui volteggia per il labirinto cupo della sua mente, guardandosi allo specchio, che Joker si mostra per quello che è: un’opera d’arte.

 

Sul tema del clown e della maschera, se vi va, c’è un mio racconto, Il sogno di un clown, che ho scritto nel 2013. Lo trovate qui http://nsmatrioske.altervista.org/il-sogno-di-un-clown-racconto/

 

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Un commento su “Joker: il lirismo della disperazione

  1. Una questione estetica, sono d accordo, ma anche etica.
    Di quelli come Arthur ”la società se ne frega” e lui resta ai margini, invisibile se non per essere deriso, picchiato.
    In questo film c è un perfetto equilibrio tra l’abbandono (che è della famiglia ma anche della società) e la degenerazione del personaggio che trova il suo riscatto solo nella follia. E poi…chissà… sarà diventato eroe nelle strade o solo nella sua mente?

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