I selfie: una retrocessione nella scala evolutiva

Sul fenomeno dei selfie è stato detto di tutto. Non sarò dunque originale né tantomeno controcorrente nel dire che è a dir poco imbarazzante ed inquietante, e moltissime altre parole che iniziano per “i” (irritante, insolente, idiota…). Cosa c’è dietro questa moda che sembra rispecchiare un’esigenza psicologica contemporanea? Sono i nuovi sistemi di comunicazione ad averci imposto questa mania, o sono le nostre esigenze ad averli plasmati?

Indaghiamo cosa c’è dietro un selfie. Il selfie è un nuovo tipo di autoscatto che non richiede la pianificazione né la distanza, ma che nasce anche da un’esigenza diversa. L’autoscatto ha origine quando anche il fotografo vuole essere incluso in una foto di gruppo; è anche un ottimo modo per farsi fototessere o altri tipi di fotografie senza ricorrere a nessuno per farci immortalare. Il selfie condivide solo in minima parte questa esigenza. Un’altra differenza sta nell’inquadratura: è pressoché impossibile distinguere un autoscatto da una foto scattata da qualcuno, poiché lo scopo dell’autoscatto è precisamente quello di essere identico ad una foto, di sostituire alla mano umana che preme il pulsante un meccanismo automatico. L’autoscatto è la macchina che si sostituisce all’uomo, ma nel selfie di tutto questo non c’è traccia. Nel selfie la mano umana, anzi il braccio, è altresì ben visibile (e orrendamente deformato dalla prospettiva). Nel selfie anche la prospettiva regala un’immagine distorta del viso e facilmente identificabile come tale, a causa della vicinanza tra esso e l’obiettivo.

Piuttosto, il selfie ha qualcosa in comune con un’esigenza umana intrinseca nell’utilizzo dell’immagine fotografica: collegare il “qui” e “ora” all’Io, segnalare la propria presenza nel mondo in un dato luogo e in un dato istante di tempo, nonché ricordare. La rivoluzione è avvenuta proprio con la comparsa dell’immagine fotografica, piccolo strumento in grado di strapparci al tempo lineare e regalarci un pezzetto d’eternità. Quando siamo in vacanza di fronte a splendidi panorami o luoghi iconici, sentiamo l’esigenza di farci fotografare accanto ad essi, per gridare: “c’ero anch’io”, apponendo una bandierina del nostro esistere. Il problema è che oggi non ci si limita a sfogliare l’album delle vacanze nell’intimità della propria stanza o del salotto con amici ristretti, ma si ostenta ad un pubblico indefinito di utenti Facebook e Istagram non soltanto la propria presenza accanto alla Tour Eifelle, ma accanto a qualunque cosa, e, quel che è peggio, spesso accanto a niente. Sembra che oggi le nuove prospettive aperte dalla fotografia stiano raggiungendo livelli iperbolici di ossessione. Il dilemma di non venir dimenticati, di contare qualcosa nel mondo, ha raggiunto un livello maniacale: ogni aspetto della propria vita viene immortalato, dev’essere ricordato, registrato nonché esibito. Questo è l’aspetto più imbarazzante e irritante implicito nel selfie, che va a braccetto con i social network ed è da esso determinato: la solita mania di protagonismo, esibizionismo, narcisismo e via dicendo. Attenzione, però: bollare i selfie come atti narcisistici significa offendere il bel Narciso. L’immagine iconica simbolo del narcisismo è data dallo specchio: l’uomo che si guarda allo specchio si vede per la prima volta come se fosse visto, come se a guardarlo fosse altro da sé. E’ un cambio di prospettiva scioccante, tanto che alcuni animali e i bambini piccoli non sono in grado di riconoscersi. La rivoluzione fotografica va ben oltre lo specchio: l’immagine è in grado di mostrarci come siamo visti dall’esterno, come appariamo da un’altra prospettiva, permette di vederci persino quando non stiamo guardando chi ci vede- cioè gli altri e se stessi. L’uomo allo specchio è l’uomo che si scopre, che si esplora, che si studia e che solo in certi casi si ammira e si ama. Ma c’è una differenza fondamentale. Un tempo i narcisi erano “peccatori” in un senso squisitamente accattivante: dandy, uomini di mondo, raffinati ed egocentrici damerini, filosofi, vanitose e decadenti star del cinema che nella bellezza o nell’amor proprio trovavano un (vano) conforto contro la vacuità dell’esistenza. C’era un che di malinconico nella vuotezza del narcisismo, oltre che di demoniaco.  Narciso arriva a morire per l’amore impossibile verso se stesso, dopo aver visto la sua immagine riflessa in un ruscello, ma con i selfie siamo ben lontani da quest’ottica di pathos. Siamo, piuttosto, nel regno dell’esibizione e della scoperta di noi stessi, immortalati in migliaia di inquadrature leggermente differenti una dall’altra, ma non c’è alcuno struggimento, alcun sentimento profondo e forte verso il volto che vi scorgiamo, deformato dalla prospettiva e dalle dementi espressioni correlate (bocca a culo di gallina sopra tutte). Per questo motivo i selfie sono spesso correlati di didascalie: da soli non sono in grado di comunicare un messaggio preciso perché i faccioni in primo piano nascondono lo sfondo. Il panorama, l’istante di tempo, il contesto, hanno cioè sempre meno rilevanza. Conta solo l’Io, un io deformato, sfumato, sfuggente e camuffato dal trucco, dall’espressione, dalla posa; un Io artefatto e fiacco, che nel rivelarsi sfacciatamente si nasconde.

narciso

La cosa più sconcertante è che nel selfie ogni traccia di arte è scomparsa. Ogni elegante analogia tra fotografia e pittura è perduta: non c’è un quadro entro cui è catturato un istante di tempo in cui luogo e persona sono fusi in un’armonia; non c’è nemmeno un briciolo della potenza espressiva di un autoritratto (in analogia con il ritratto fotografico o l’autoscatto-autoritratto) in cui pure il contesto ha comunque un suo ruolo. Diciamo la verità: i selfie, oltre ad essere stupidi, sono soprattutto brutti. C’è solo banalità, noiosa ripetizione, raffica che stanca. Mille inquadrature dello stesso volto al mattino, alla sera, dopo una corsa, dopo una pizza, dopo una doccia diventano ben presto noiose, persino inquietanti.  La mia tesi di laurea cercava di creare un’analogia tra la filosofia di Nietzsche e la fotografia. Secondo la mia (provocatoria e poco condivisibile) teoria, le foto, invece che richiamare la morte con la loro staticità ed eternità (come sostiene Roland Barthes ne La camera chiara), sarebbero un inno ad amare la vita in ogni suo aspetto, degno d’essere immortalato e reso eterno in un gioco gioioso tra eternità e caducità, fissità e divenire. Quando scrissi quella teoria, i selfie non erano ancora nati. Ebbene, in effetti è proprio andata così, l’ossessione per la fotografia come inno alla vita si è accentuata: postare un selfie non significa solo celebrare la vita anche nelle sue brutture (ah, e ce ne sono parecchie, nei selfie!) ma dire proprio (e soltanto): sono vivo (un morto non potrebbe mai farsi un selfie e postarlo istantaneamente su un social network!). Non avrei potuto pensare, però, che questo dire sì alla vita si spingesse così tanto oltre, ma soprattutto così male, al punto che, paradossalmente, i selfie, sprigionando eccessiva vita, ripiombano nella morte. Registrando ogni minimo cambiamento, ogni variazione, danno l’immagine del mutamento, del decadimento, dello scorrere del tempo. Proviamo a considerarli come una totalità e magari a metterli in fila in ordine cronologico: ne risulta un poco interessante film del proprio lento, logorante invecchiamento. Il problema sta tutto nella faccia: quelle facce (da cazzo) occupano troppa parte dello schermo, con la loro ottusa ignoranza. La testa, parte più importante del corpo perché contiene l’encefalo, è ridotta ad un oggetto privo di senso perché non nasconde alcun pensiero dietro e dentro di sé. I selfie sono muti, perché hanno poco da dire e lo dicono male. Sono muti perché non sappiamo mai veramente chi c’è dietro di essi, chi li pubblica. Sono primitivi e stupidi perché non sanno parlare né creare, sanno solo tormentare con messaggi vuoti.

Sono l’espressione del popolo bue per cui qualche scemo da qualche parte del mondo ha cominciato a farsi foto della faccia e pubblicarle, e tutti gli sono andati dietro come pecore. Sotto sotto volevamo farlo, ammettiamolo. Non ha senso chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina. Il selfie era lì in agguato grazie agli smartphones con la telecamera a reverse, i social network hanno alzato la palla, e il selfie l’ha schiacciata. Bang. Non c’è un solo inventore, un solo colpevole di aver palesato la nostra demenza (i selfie ci fanno sembrare ancora più dementi di ciò che siamo): siamo tutti colpevoli di esserci fatti obnubilare da una tentazione che sembra divenuta irresistibile. E che in certi casi, grazie al cielo, ha punito con la morte i fessi che cercavano di farsi un selfie sull’orlo di un dirupo.

Un tempo le braccia lunghe dei primi ominidi, mutuate dagli scimpanzé, servivano ad arrampicarsi sugli alberi e procacciarsi il cibo. L’uomo evoluto, se ha braccia lunghe, è fortunato: può farsi selfie ancora più belli e retrocedere sempre più indietro nella scala evolutiva, finché tornerà ad essere un australopiteco dalle braccia lunghissime e dai selfie strepitosi. Se affermo che i selfie sono la vergogna dell’evoluzione, non credo di sbagliarmi.

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