La rivoluzione parte dal fuoco: il fuochista di Yaroshenko

Ecco un altro dipinto della galleria Tretyakovskaya di Mosca che lascia esterrefatti. Il “fuochista” Кочегар (1878) del pittore Yaroshenko è un vero e proprio capolavoro della pittura russa. Già soltanto il fatto che il dipinto sia interamente rosso, gli dona un fascino sinistro ed irresistibile. Le fiamme del fuoco ci portano dritti all’inferno della società industriale. Si potrebbe definire il dipinto assai lungimirante, e il pittore un vero e proprio visionario di ciò che sarebbe avvenuto in seguito. Yaroshenko  infatti è uno dei primi ad aver rappresentato i lavoratori nel loro ambiente.

Il fuochista” è ritratto in un attimo di riposo dallo sfiancante lavoro nella caldaia. La sua espressione è rilassata, quasi timorosa e diffidente, eppure c’è in lui qualcosa di potente, a partire dalla stazza. Di nuovo, come in tutti i dipinti del realismo russo di fine Ottocento, non troviamo l’intento di suscitare pena nello spettatore. C’è chi vede nel fuochista la rappresentazione di un eroe del proletariato russo, in ascesa verso la sua rivoluzione e “liberazione”. Quest’uomo dalle spalle incurvate, dalla posizione non minacciosa, ma ben piantata, ha in effetti un’aura di forza e incute rispetto. Insomma, per dirla alla western americano, sembra “uno che non va fatto incazzare”. In effetti io non andrei ad importunare un signore che lavora con tizzoni ardenti e che regge ancora in mano gli attrezzi (roventi) del mestiere!

Kochegar
“Kochegar” di Yaroshenko

In questo straordinario fuochista c’è qualcosa di mitologico. Ricorda un fabbro, anzi, il fabbro degli dei greci: Efesto. Avevo già parlato in un vecchio articolo del concetto peculiare di fabbro, kuznets, nella lingua russa, a questo link: http://nsmatrioske.altervista.org/la-lingua-russa-e-le-sue-parole-demoniache/ La  parola deriva da kozn, intrigo. A differenza della derivazione di “fabbro” dal latino faber che, nelle lingue indoeuropee, ha una connotazione legata al Bene (è colui che fa), il fabbro russo contiene qualcosa di demoniaco, di ambiguo, di oscillante tra la superficie e la profondità, tra il Bene e il Male, tra la trasparenza e l’intrigo. Il dio Efesto forgia le armi magiche degli eroi. Il kuznets russo forgia altrettante armi, ma ciò che conta è l’uso che se ne può fare. Si tratta, perdonate il gioco di parole, di armi a doppio taglio. Il luogo dove il fabbro forgia i metalli è bollente, angusto, tetro e rosso come l’archetipo dell’Inferno. Questo infernale demiurgo non può che creare strumenti meravigliosi, che in mano all’uomo però possono trasformarsi in catastrofici. Ugualmente, il fuochista appare nel dipinto come il paladino che contiene nelle sue stesse mani la forza della sua emancipazione. Egli può forgiare, può tramare, può eseguire la rivoluzione del proletariato. Quale luogo più azzeccato, per complottare nuove idee, per plasmare la materia e condurla verso un’evoluzione, che non le viscere pulsanti della terra, i bassifondi dove essa stessa nasce ed è ancora liquida e duttile? Quale elemento migliore del fuoco per rappresentare la rivoluzione? Il fuoco stesso contiene l’ambiguità tra la sua letale capacità distruttiva e la sua attraente luce. Perché avvenga un cambiamento, qualcosa deve necessariamente bruciare. Come disse Lenin: “Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione.

manifesto
Manifesto sovietico. “Popoli di tutto il mondo! Ri-forgiamo le armi di guerra in strumenti di lavoro!

Se ogni rivoluzione fino ad oggi ha portato con sé l’incendio della distruzione, dello scontro tra classi, potrà mai cambiare qualcosa nella società senza spargimenti di sangue? La protesta non violenta di Gandhi potrebbe avere dei frutti in una situazione come quella dell’Ucraina, dove bombardano ospedali e civili, dove chiunque imbraccia il fucile? Io non ne sono per niente convinta. La veicolazione di informazioni, di pensieri non di parte ma che guardino soltanto alla realtà effettiva dei fatti è senz’altro un primo passo. Il pensiero, però, è suscettibile di interpretazioni e manipolazioni e può divenire un’arma altrettanto devastante. Sembra che l’unica salvezza per vederci chiaro, sia aggrapparsi al cinismo.

Per citare di nuovo Lenin: “Non urlate tanto sul cinismo! Il cinismo non sta nelle parole che descrivono la realtà ma nella realtà stessa.

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