“La dama di picche”: giocare a carte con Puškin

Uno dei miei racconti preferiti è Пиковая Дама (Pikovaya Dama), “La dama di picche” di Puškin(1834).

Il racconto è ammaliante sia per i suoi protagonisti, che per il lettore.

Il protagonista è un giovane ufficiale del Genio, Hermann, che si è sempre trattenuto dal gioco d’azzardo, guardando gli altri giocare da “angolista”.  Almeno, fino a che non sente raccontare da un suo commilitone, Tomskij, che sua nonna, nobildonna ormai anziana, ma un tempo accanita giocatrice, sarebbe in possesso del segreto per vincere al gioco. Da quel momento, Hermann diviene ossessionato dal desiderio di venire in possesso della cabala. Per realizzare il suo scopo, ha un piano preciso: seduce senza alcuno scrupolo né sentimento la dama di compagnia della vecchia signora per avere accesso alla sua casa. Vi si introduce furtivamente una sera e sorprende la contessa in camera da letto, pregandola di svelargli il trucco. La donna muore dallo spavento. Ad Hermann, dopo il suo funerale, apparirà in sogno la contessa stessa, la quale gli rivelerà le 3 carte che lo porteranno alla vittoria: il tre, il sette e l’asso. (Già qui notiamo la scelta iconica delle carte, le più significative del mazzo e sempre legate a leggende). Hermann si decide così a giocare per la prima volta d’azzardo. (Devo svelare il finale, perdonatemi ma è troppo bello). Alla prima mano vince con il tre, alla seconda con il sette, e quando il piatto si fa enormemente ricco, Hermann punta sicuro l’asso. Le carte vengono scoperte e… invece dell’asso, troneggia la dama di picche, nella quale gli pare di riconoscere il volto beffardo della contessa!

Dama di picche

Il racconto è un inganno in ogni sua parte. Spietato, crudele e illusionistico, conduce il lettore in una dimensione parallela di ossessione, attraverso gli occhi di Hermann, ormai totalmente posseduto dal tarlo di impadronirsi del segreto, che lo porterà alla rovina. L’inganno non consiste soltanto nel “brutto tiro” che la contessa gioca ad Hermann, ma nella condizione in cui si trovano tutti i giocatori, vittime della propria ossessione. Nel racconto non c’è nulla, a ben pensarci, di soprannaturale. Tutto ha una spiegazione razionale, sapientemente architettata da Puškin: il trucco delle tre carte era una leggenda, il fantasma della vecchia appare ad Hermann in sogno, dunque è nuovamente un’illusione, e alla fine è sempre e solo Hermann, sconvolto per aver perso, che crede di vedere il volto della vecchia nella dama di picche. E’ solo il caso, soltanto una “svista”, a guidare gli eventi?

In questo senso, il racconto non può essere inserito banalmente nel mondo dei racconti fantastici dell’epoca, perché di fantastico ha ben poco. Piuttosto, si può accostarlo alla tendenza del “napoleonismo” (direi anche prometeismo?), come un altro celeberrimo romanzo, scritto tempo dopo Puškin: “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Entrambi i protagonisti (Hermann e Raskol’nikov) si prefiggono di sfidare la sorte, di compiere un gesto che cambi la loro vita e li renda “straordinari”, andando incontro al fallimento. Se nell’esperienza napoleonica la cifra dell’impossibile è uno stimolo che effettivamente conduce Napoleone alla vittoria e alla fama e solo più avanti alla clamorosa sconfitta, nel caso dei personaggi di Puškin e Dostoevskij la sconfitta, l’inganno e il pentimento sopraggiungono quasi subito, senza lasciare ai protagonisti nessuna gloria.

Non a caso, proprio Dostoevskij rimase ammirato da “La dama di picche”, che trovò un’opera d’arte di livello eccelso. Affermò che in esso ci fosse qualcosa di soprannaturale, di demoniaco. Questo è l’aspetto geniale: ogni aspetto surreale sembra avere una spiegazione logica, eppure… alla fine della lettura, secondo Dostoevskij, il lettore non sa decidere se la visione di Hermann sia frutto della sua natura o se egli sia davvero entrato in contatto con qualche forza soprannaturale. La scena in cui appare il fantasma della contessa è descritta da Puškin in modo estremamente realistico: Hermann sente il rumore della porta che si apre, ed annota i numeri su un taccuino. Il risultato è l’ambiguità, la dualità delle chiavi interpretative che il racconto lascia aperte: quella realistica e la cifra dell’inesplicabile, di un’inspiegabile trascendenza.

“La dama di picche” ha ispirato numerose trasposizioni teatrali e cinematografiche (tra cui la celebre opera lirica del 1890, musicata da Tchaikovskij). Il momento della rivelazione delle carte, con l’apparizione della dama di picche, è infatti molto cinematografico. Ammetto di non aver visto neppure una delle pellicole ispirate al racconto, ma la scena finale che mi immagino (forse è stata girata proprio in questo modo?), dovrebbe essere in stile “The Cincinnati Kid“. Il momento in cui Edward G. Robinson mostra il suo ultimo jack, quello che gli dà la scala reale, e che porta Steve Mc Queen alla sconfitta, è memorabile. La tensione cresce quando gli spettatori presenti, assistendo al suo rilancio, cominciano a bisbigliare tra loro “Oh my God, he’s got the Jack” (questo ispirerà gli ACDC). L’interpretazione magistrale di Robinson, che pare il Diavolo con la sua espressione immobile, unita al terrore che quella piccola carta colorata sprigiona, accresciuto dalla colonna sonora, è sensazionale. Il Jack diviene un’entità vivente e insieme trascendente, qualcosa di più che una persona: appare in un ingrandimento, in cui si vedono solo i suoi occhi, alternati ai fotogrammi degli occhi di Steve Mc Queen, degli spettatori e di Robinson. Rappresenta il simbolo del fallimento di un’impresa troppo ambiziosa, quella cui ogni giocatore d’azzardo aspira: battere il caso, accedendo così ad una dimensione soprannaturale, di onnipotenza. Quel Jack è più spaventoso del pagliaccio di Stephen King e di qualunque altro artefatto mostro dei film dell’orrore. E’ terribile perché reale, pur essendo soltanto parte di un gioco. E’ proprio questa la magia della soprannaturalità cui allude Dostoevskij, per cui è il gioco stesso, con le sue regole “altre”, che conducono ad un universo parallelo, ad essere drammaticamente reale nella sua irrealtà. Si potrebbe dire che non ci sia nulla di più serio di un gioco! Mi immagino l’ammiccante, diabolica e superba dama di picche spuntare nel mazzo e guardare Hermann con occhio beffardo. Una scena da brivido!

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