A Bryansk 2+2 non sempre fa 4

Dal finestrino vedo betulle, boschi fitti di betulle che aprile non ha ancora l’ardire di scaldare, tiepide, sottili e bianche, come le gambe ossute di certe bambine. E’Radonitsa, il giorno della commemorazione dei morti. Facciamo tappa in un cimitero nel bosco, punteggiato di mazzi di fiori nuovi e vistose coccarde. Fiori recenti ma radi, non c’è nessuno intorno, a parte noi. Le lapidi sono tutte identiche, d’un grigio sasso, lucide, con incise scritte in oro sbiadito e i ritratti grossolani dei defunti. Ci si illude d’esser diversi dagli altri solo mentre si è in vita. Calpesto rami secchi, calpesto frecce di luce filtrate dagli alberi fitti. Il sole è così discreto da non farmi neppure chiudere le palpebre. La vedova lascia il suo mazzo di fiori sulla tomba del marito, intanto chiacchiera. Ordinaria amministrazione.

Riprendiamo il viaggio. Giungiamo, dopo una ventina di minuti, in un piccolissimo sobborgo, la macchina sobbalza tra le buche. Le palazzine sono tutte identiche qui, non molto alte, con il portone di ferro, circondate dal terriccio e dal fango, da qualche scivolo arrugginito per bambini. Saliamo al terzo piano, la scala di pietra è sozza e stretta, non c’è l’ascensore, andiamo da Anna Mikhailovna. Anna Mikhailovna ha dei poteri, mi dice la mia collega. Vede qualcosa negli altri, ma non può presagire nulla che riguardi se stessa o i bambini.

Anna Mikhailovna è una signora abbondante, con arti smisuratamente grossi, di bassa statura, si muove a fatica, avrà forse sessantacinque anni, ma ne dimostra cento, come il suo dono. O forse è impossibile dire quanti ne abbia, per via del sorriso. Ha un viso rassicurante, paffuto, un’espressione calma, l’abito fiorato, i fiori sono piccoli e paiono appassiti, anche se sono solo ghirigori sulla stoffa. I piccoli occhi nocciola le brillano. Sei nervoso e anche un filo imbarazzato: non ti capita tutti i giorni di andare a farti “leggere” da una sensitiva. Anna ti passa una mano dietro la schiena mentre tu te ne stai seduto su un pouf nel suo salottino, ovattato di moquette e tappezzeria di un grigio- verde modesto, e ti fa una TAC con la sua mano inspiegabilmente calda. Avverte la sofferenza, il calore e i disturbi di ogni tuo organo, partendo dalla testa, dal collo. Le sue illazioni sul tuo conto, sulla tua vita personale e sulla tua salute sono una strana, seducente violazione della privacy. Talvolta la guardi, sorpreso, dici: “ma no, all’orecchio sinistro non ho mai avuto niente…”; altre volte non osi ribattere, quando dice che hai avuto due persone importanti nella tua vita, e una di loro era sposata; il tuo scetticismo ti fa prendere le distanze. Lei si limita a sorriderti, non ti prevarica, come a dire: “se non hai avuto niente, l’avrai, o forse non l’hai mai saputo”. Certo, come no, pensi. Ma nei suoi occhi c’è qualcosa di bonario e di affascinante, ed in fondo farti leggere dentro e fuori ti dà inspiegabilmente un senso di strano, sinistro piacere. Ma perché ne hai quasi timore, se non credi a queste sciocchezze? Ad Anna puoi mostrare addirittura la foto di qualcuno e potrà dirti cosa sente su quella persona. Se vivrà a lungo, che rapporto ha con te.

Tre anni dopo, non ricordi più nulla di Anna Mikhailovna, ché i sensitivi non sono mai stati oggetto del tuo interesse di illuminato borghese, sono solo ciarlatani, inutili minacce alla scienza. Un vero e proprio insulto al razionalismo, roba da televendite, inganni e casalinghe. E quando scopri per caso che hai una lieve rottura del timpano sinistro, è lì, che Anna Mikhailovna ti torna in mente. E pensi: ecco, è solo la mia mente che vuole a tutti i costi far coincidere quello che mi ha detto una sedicente “maga”con un fatto totalmente casuale e non correlato alla sua precedente affermazione. Del resto, se si dovesse trovare qualcosa di soprannaturale in tutte le coincidenze che ci accadono, allora vivremmo in un mondo totalmente magico, irrazionale e non casuale, sarebbe un’assurdità. Siamo noi a pensare che quelli del Leone o dei Gemelli abbiano tratti comuni perché vogliamo vedere solo quelli. La nostra mente è la nostra cartina tornasole, il nostro filtro, il nostro limite.

Però. Questo varco tra ciò che vediamo e ciò che non potremo conoscere, quella breccia che apre gente come Anna, quella flebile contraddizione per cui non crediamo in Dio perché non è più di moda, però magari un gesto scaramantico lo facciamo, è un tunnel che si ritorce su se stesso, ma che mantiene il suo fascino costante e fa vacillare il più emerito degli scienziati. Anna è il nostro desiderio di poter andare oltre ai fatti, agli esperimenti, alla probabilità, all’analisi a posteriori. Il nostro desiderio che l’uomo non sia solo un animale materico, deteriorabile e impossibilitato a non vedere altro che il presente, ma possa in qualche modo congiungersi ad una dimensione altra, vedere l’altrove. Che 2 + 2, come scriveva Dostoevskij, non faccia sempre e solo 4, perché se così fosse, dove andrebbero a finire la fantasia, l’arte, la libertà?

E a Bryansk c’è una donna che non ha età e che continua a ricevere fiori, doni e piccole offerte da chi si è aggrappato al suo presunto potere; da chi è convinto che gli abbia salvato la vita, quando ha consigliato quel controllo alla prostata; da chi non fa nulla senza un suo piccolo consiglio, vendere una casa, fare un viaggio, intraprendere una nuova attività. E quando le cose non ci vanno affatto bene, quando ci sentiamo persi e smarriti, forse anche a noi piace tornare con la mente in quel sobborgo, l’umido dei boschi, l’aria pungente e tersa anche d’estate, la ruggine del cancello, l’odore stantio della casa e del gas, il centrotavola di pizzo. Chiudiamo gli occhi e siamo lì, e ci dondoliamo nella dolce illusione di vedere il volto calmo e rassicurante di Anna, la sua mano che ci sfiora senza toccarci, a dirci: “Non preoccuparti. Ce la farai. Lui tornerà”.

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